approfondimento su Cantù

Cantù-Milano, Coppa Campioni 1983: l’Italia domina l’Europa a spicchi

Dire una cosa è troppo poco, le cose bisogna viverle”. L’asserzione di Gustav Janouch, scrittore e musicista cecoslovacco, è figlia dell’opera “Colloqui con Kafka”, datata 1951. I racconti, le confidenze e le sofferenze condivise con Franz, padre del modernismo letterario europeo del Novecento, inondano il testo di sensazioni, emozioni che fanno rima con libertà e rinnovata speranza al tramonto della Seconda Guerra Mondiale. Eppure le pagine ingiallite dell’opera sottolineano un dato incontrovertibile: non basta raccontare qualcosa a qualcuno. Quel qualcosa va vissuto in prima persona. Va gustato. Va assaporato.

Emozioni, sguardi e trionfi. La storia dello sport presenta assiduamente un campionario di elementi intangibili ma che, di certo, non sfuggono alla memoria. Dire una cosa non è poco quando si riavvolge il nastro dei ricordi del basket europeo. Quando le emozioni di Grenoble 1983 squarciano il presente e ricordano, a tutti, l’annata nella quale la pallacanestro italiana brillava di luce propria. Una luce abbagliante, alimentata dalla Ford Cantù e dall’Olimpia Milano, allora sponsorizzata Billy. La prima e unica finale di una Coppa dei campioni dominata dal tricolore. Tanti l’hanno vissuta in prima persona. C’è chi ha pianto lacrime di gioia e chi, seppur con grande orgoglio, si è lasciato andare a un assordante silenzio padre delle sconfitte più brucianti: quelle di misura. Ora però è compito dell’Occhio Sportivo riportarla all’attualità. Dire una cosa non è mai troppo poco se la si racconta con un linguaggio universale, quello delle emozioni.

L’Italia a spicchi domina l’Europa

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Museodelbasket-Milano.it

La Pallacanestro italiana vive nei primi anni ’80 il momento più alto della sua storia. Le italiane dominano l’Europa da anni ma sarà proprio la stagione di grazia 1982/1983 a consegnare al Vecchio Continente la miglior versione della palla a spicchi nostrana. Cantù, campione d’Europa in carica, centra un’altra finale di Coppa dei campioni e si appresta a sfidare in uno scontro fratricida l’Olimpia Milano di coach Dan Peterson. Le storiche “Scarpette rosse” meneghine riassaporano, dopo ben sedici anni, il gusto di una finale di Coppa Campioni e puntano decisi al secondo alloro continentale. La Ford di coach Giancarlo Primo vuole invece staccare il pass per la leggenda: il secondo acuto europeo consecutivo porterebbe Cantù a eguagliare un’altra leggenda del basket italiano e mondiale, la Pallacanestro Varese, autrice di ben due back-to-back tra il 1972 e il 1976.

Cantù-Milano: duopolio continentale

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Il 1981 è l’anno di “Scontro tra titani”, il film diretto da Desmond Davis che ricostruisce minuziosamente le vicende della mitologia greca ed enfatizza le gesta di Perseo, alle prese con cavalli alati e creature mostruose. Gli effetti speciali, in tipica salsa americana, si trasferiscono idealmente anche sui parquet cestistici europei. Cantù-Milano è scontro totale tra due corazzate, costruite con un unico imperativo: vincere.

I brianzoli guidati da coach Primi (Valerio Bianchini ha appena sposato il progetto del Banco Roma) sono la squadra da battere in Europa. Reduci dall’impresa di Colonia del marzo 1982 in finale con il Maccabi Tel Aviv, la “piccola” (geograficamente parlando) Cantù annovera tra le proprie fila giocatori di primissimo livello: in cabina di regia, il capitano Pierluigi Marzorati si appresta a vivere la sua quattordicesima stagione in Brianza affiancato dall’estro di Antonello “Nembo Kid” Riva, il 2 dal tiro chirurgico. Renzo Bariviera, ala piccola, è il classico “tre” con ottima capacità di penetrazione e conclusione della manovra offensiva. Al cinismo del tridente italiano, si unisce un duo statunitense di qualità e quantità: Wallace Bryant, rookie di 211 cm, e Jim Brewer (fresco di titolo NBA con i Lakers) dovranno raccogliere l’eredità sotto le plance di C.J. Kupec e di Bruce Flowers che ritorna in NBA con i Cavaliers.

Se Cantù sorride, convinta di poter arrivare in fondo a ogni competizione, anche l’Olimpia (sponsorizzata Billy) può dormire sonni tranquilli. I campioni d’Italia, freschi di seconda stella (il ventesimo tricolore è arrivato in finale contro Pesaro) sono pronti a tornare sul trono d’Europa. La qualità per ambire a un traguardo di prestigio – che Milano non raggiunge dal 1966 – di certo non manca: Mike D’Antoni detta i tempi di gioco; Roberto Premier dà fisicità all’Olimpia nelle due fasi e soprattutto risponde sempre presente quando la posta in palio è alta. Vittorio Gallinari e John Gianelli (ex campione NBA con i Knicks nel 1973) sono le ali che supportano Dino Meneghin alla sua seconda stagione milanese.

Destinazione Grenoble

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Balliamo! Perché la paura ti farebbe perdere la tua grazia“. È il 1983 quando Ford e Billy sembrano seguire il suggerimento di David Bowie. Sulle note di “Let’s Dance“, le due corazzate mettono da parte ogni timore reverenziale e rullano gli avversari che il sorteggio riserva loro tra ottavi e quarti di finale. Se Dan Peterson non ha difficoltà nel superare con autorità i campioni turchi del Eczacibasi nel primo turno e i francesi del Le Mans ai quarti (sotto le plance dei transalpini figura Floyd Allen che regalerà negli anni a venire gioie a tutta l’Italia cestistica, da Venezia a Sassari) Cantù spazza via il Dudelange agli ottavi per poi annientare, nella vicina Svizzera, Friburgo ai quarti. È semifinale.

Il format della Coppa dei campioni 1982-1983 prevede, superati i turni a eliminazione diretta, la qualificazione a un girone di semifinale composto da sei compagini che si affrontano tra loro in una doppia sfida di andata e ritorno. Solo prima e seconda del raggruppamento accedono poi all’atto conclusivo della manifestazione, in programma a Grenoble, il 24 marzo 1983. Oltre alle due italiane, hanno staccato il pass i temibili israeliani e vice campioni d’Europa del Maccabi Tel Aviv guidati in panchina da “Mr basketballRalph Klein e in campo dalla leggenda nazionale Motti Aroesti; il Real Madrid campione di Spagna si affida all’estro di Fernando Martín sotto le plance e al micidiale duo slavo Dalipagic-Delibasic  mentre il CSKA Mosca campione URSS spera nel definitivo exploit del “PrincipeAnatoly Myshkin. Un gradino indietro alle cinque potenze è occupato dagli jugoslavi del Cibona Zagabria, guidati in panchina da Mirko Kovosel e in campo da uno dei più forti giocatori di pallacanestro che l’Europa abbia mai conosciuto: Krešimir Ćosić.

Il girone di semifinale: Cantù e Milano alzano la voce

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ComoCity

L’Europa cestistica freme, la tensione sale. Il 9 dicembre 1982 parte la caccia delle top six alla Coppa dei campioni. Al tramonto del 1982, Cantù (vittoriosa al Pianella nel Derby con il Billy e a Zagabria con un Riva inarrestabile) e Maccabi condividono le prime due posizioni utili per la qualificazione alla finale. Nonostante l’avvio sprint della Ford, Milano sgomita con Tel Aviv, CSKA e Real Madrid mentre sembra ormai compromesso il cammino del Cibona che colleziona solo sconfitte. Al giro di boa, Cantù è in testa al girone con 8 punti ma sente il fiato sul collo del trio Milano-CSKA-Real staccato di sole due lunghezze. In ritardo il Maccabi, a quota quattro.

Il 2 febbraio 1983 Milano, trascinata dal duo D’Antoni-Gianelli (32 i punti complessivi a referto) vince il derby contro una Cantù solida in testa e si rilancia prepotentemente per la seconda posizione. Per i milanesi le ultime tre gare del girone assumono le sembianze di una scalata verso la ritrovata gloria: il 23 febbraio vincono a Zagabria l’unico match esterno del raggruppamento per poi dare, a Milano, un doppio colpo di grazia alle aspirazioni di Real Madrid (battuto 83-79) e Maccabi Tel Aviv (69-68 Billy con brivido finale). Cantù è invece una macchina da guerra: la Ford macina gioco, risultati e avversari. La sconfitta a Tel Aviv, nel penultimo turno, non complica comunque solidità e obiettivi del roster di coach Primo: all’atto conclusivo del girone, il CSKA Mosca soccombe al Pianella. Il 106-73 sul tabellone fa rima con primo posto, condiviso con il Billy. È finale. L’Italia, a prescindere da vincitori e vinti, avrà una squadra campione d’Europa.

Grenoble tricolore

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CantùBasket

Grenoble, Palais des Sports, 24 marzo 1983. La finale di Coppa dei Campioni, la prima tutta italiana, è uno di quegli eventi che ti legano alla pallacanestro a vita ed entrano a far parte dei tuoi ricordi e della tua quotidianità per il trasporto emotivo che generano. La finale della Coppa dei Campioni e il trofeo che luccica in lontananza non è altro che un concentrato di emozioni, speranze e sogni che albergano nelle 10.000 anime presenti, testimoni di una prima (e finora) unica volta per il basket italiano. Nell’impianto risuonano due brani destinati a fare epoca: “Every breath you take” dei Police e “Thriller di Michael Jackson, l’album musicale più venduto di tutti i tempi. Thriller però è anche la trama del match che si infittisce di mistero già qualche ora precedente alla palla a due: Pierluigi Marzorati rischia il forfait. Il capitano canturino ha un problema alla schiena e, come se non bastasse, un distorsione alla caviglia rischia di estrometterlo dalla partita dell’anno. La “Gazzetta dello Sport” ne annuncia l’assenza ma non ha fatto i conti con “l’ingegnere volante“: contro ogni previsione il play, nonostante il precario stato di forma, scende in campo pronto a dare battaglia. E battaglia sarà.

La tensione è palpabile e il primo tempo, conclusosi con una Ford efficace a rimbalzo, si chiude 29-22 per i brianzoli. Mike D’Antoni è spento e la fluidità della manovra meneghina ne risente: Cantù fiuta la quasi resa dell’avversario e con una schiacciata di Brewer a metà del secondo tempo porta a 15 punti di vantaggio sul Billy (47-32). Le speranze dell’Olimpia si riducono al lumicino quando Meneghin commette il suo quinto fallo personale. Sotto canestro e senza l’incisività di Dino, Dan Peterson scuote i suoi che, contro ogni previsione, si rianimano e infiammano il palazzetto transalpino. Premier e Gallinari guidano la riscossa con un parziale di 10-0 e continuano ad attaccare il ferro fino al clamoroso -1 del 30′ (51-50). Cantù trema ma ferita nell’orgoglio e trascinata da un Marzorati claudicante, ritorna su un rassicurante vantaggio di 7 lunghezze quando il cronometro dice un minuto alla sirena.

Milano sfiora la clamorosa rimonta ma la Coppa dei Campioni resta in Brianza

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La certezza del successo nello sport è effimera. Nel basket il concetto si amplifica oltremodo. Eppure 7 punti di vantaggio in soli sessanta secondi dovrebbero sancire il trionfo di chi fiuta l’apoteosi europea. È qui che Cantù entra nel limbo dell’imprecisione: le gambe tremano e la paura assale la Ford. Milano tenta quella sarebbe un’impresa fuori da ogni logica. I brianzoli perdono tutti i possessi e Mike D’Antoni sale in cattedra, costringendo anche Bryant al quinto fallo della sua gara. Sale l’intensità del match. I tifosi biancorossi trasformano il palazzo dello sport di Grenoble in un girone dell’inferno dantesco.

Il presunto miracolo assume però i contorni della realtà quando Mike ruba palla a Marzorati e apparecchia la tavola per Franco Boselli che mette dentro il canestro del -3 (69-66 a 30″ dalla fine). Ora Milano deve giocare con cronometro e falli. Cantù è in balia dell’avversario e nemmeno un time out scuote la Ford che perde un sanguinoso pallone. È ancora D’Antoni a rubare palla che finisce nelle mani dell’altro Boselli, Dino, per il canestro del clamoroso -1. Possesso Cantù. La rimessa si trasforma però in una sanguinosa palla persa. A tredici secondi dalla sirena, Milano ha la palla del successo. 6 secondi: il pallone arriva a Franco Boselli che, dall’angolo, trova solo il ferro. Gallinari cattura il successivo rimbalzo ma, braccato da tre giocatori della Ford, non riesce a trovare l’acuto di un finale thrilling. Per gli arbitri è tutto regolare e l’invasione di campo biancoblù decreta il successo canturino in Europa. Il secondo consecutivo. L’Olimpia, ferita nell’orgoglio, non avrà fortuna nemmeno in campionato: lo scudetto prende la via di Roma per la prima volta nella storia.

 

 

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