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Juventus-Napoli: la storia d’Italia. Tra calcio, arte e mito.

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Napoli e la luce, abbagliante, che domina il Maschio Angioino o un soffio di vento, gelido, che attraversa Piazza San Carlo Torino. È vicinanza fisica e di attitudine all’Europa o la difesa di un concetto identitario chiaro, unico, inimitabile nel suo genere. È il panorama dall’alto del Monte dei Cappuccini dal quale spicca, maestosa, la Mole Antonelliana. È la magia che regna nei vicoli tipicamente meridionali. Nelle scalinate della città intrise di salsedine e stornelli, di maschere e cuoppo. Il mito, nello sport, assume i contorni dei luoghi, dei profumi, delle città in cui emerge. Torino e Napoli . Mille significati, una partita. Juventus-Napoli: storia di calcio, storia d’Italia. Una storia da heroes.

Juventus-Napoli: la genesi di una rivalità a tinte… meridionali

Sembrano non avere alcunché in comune, Juventus e Napoli. Eppure “l’essere meridionali” costituisce il tratto saliente di due realtà ormai issatesi in pianta stabile nell’élite del calcio italiano ed europeo. Due facce, comunque diverse, di una stessa medaglia. Quella della meridionalità. L’Enciclopedia Treccani ci aiuta nell’estrapolare la genesi del termine: “il complesso delle varie componenti (culturali, comportamentali, di mentalità, ecc.) tipiche, ma talora stereotipiche, di chi vive nell’Italia meridionale o ne proviene.” L’etimologia del concetto fa rima con Piano Marshall. I finanziamenti erogati dagli americani nel processo di ricostruzione del Paese post conflitto mondiale, andavano verso un’unica direzione. Dare nuova linfa al tessuto industriale del Settentrione, traino di un’Italia allo sbando. Tuttavia, potenziare ulteriormente il famoso “triangoloGenova-Torino-Milano significava di fatto tagliare fuori il Sud, con tutte le implicazioni geopolitiche e sociali del caso.

Il calcio come strumento d’inclusione sociale

L’evidente disparità geografica, accentuata negli anni del “boom economico”, fu il preludio alla più grande migrazione interna della storia d’Italia. Tra il 1955 e il 1961 milioni di persone lasciarono il Mezzogiorno in cerca di fortuna a Settentrione. Un’occupazione fissa, un tetto stabile sotto la testa ma nessuna libertà. Al Nord divampò la crescita di un razzismo nazionale contro i meridionali, ritenuti inferiori sotto molteplici aspetti. Una disparità debellabile solo attraverso uno strumento polifunzionale come il calcio. Lo sport più popolare del Paese divenne il principale veicolo di integrazione sociale.

Questione di scelte (obbligate)

Chi lavorava per la Fiat, si legò a doppio filo con la Juventus. Un tifo, quello per i bianconeri, sbandierato più per necessità del quieto vivere che per vera e sentita virtù. Una passione che, tramandata di generazione in generazione, aumentò il bacino di preferenza bianconera in tutta la Penisola. La genesi del tifo per la Juventus vide – e vede ancora oggi – i suoi albori nell’età infantile e la questione è puramente sociale, oltre che di etichetta. È ormai abitudine, nell’era della globalizzazione in larga scala, rifiutare il legame con le squadre delle proprie città. Non garantirebbero la stessa vetrina soggettiva, senso di appagamento e accettazione da parte di una folta comunità a chi invece gioisce e si vanta di una sfilza di trofei e gloria.

L’orgoglio napoletano

Il tifoso della Juventus non ha alcun legame sentimentale con Torino. Il napoletano, al contrario, vive di Napoli. Che sia il Vomero o Fuorigrotta, che sia Poggioreale o Chiaia, la città e la sua squadra si fondono in un tutt’uno. Una metamorfosi che nemmeno Salvador Dalì avrebbe potuto rappresentare meglio come quella di Narciso, dipinto datato 1937. Il tessuto urbano partenopeo è poco incline alle sfumature di tifo che sia diverso dall’azzurro o che, peggio, si opponga a esso. L’amore per il Ciuccio vive negli angoli più remoti della città, così come l’avversione per la nemica di sempre. Quella Juventus, il cui potere sportivo e aziendale, ha sovrastato Napoli e il Meridione.

Simboli, epoche e arte: Le Roi Platini

“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”. Firmato Pier Paolo Pasolini. Il calcio è arte. È una pennellata scolpita nel tempo e nella storia. Un’invenzione o un tocco di classe. Il calciatore è un artista: scruta la realtà, la modella secondo i suoi personali parametri del gusto e la ripropone, nella sua inimitabile versione. Chi incarna tale visione, a metà tra sport ed estetismo letterario, è Michel Platini. Le Roi è stato uno dei modelli più riusciti di arte applicata al calcio. Alla continua ricerca di piaceri calciofili raffinati, calci piazzati e inserimenti letali per il malcapitato avversario di turno. Un dandy pallonaro, poco incline alla semplicità del gesto.

Un re scultoreo

La “Signora Omicidi” sabauda ha trovato il suo monsieur. Un amore profondo, alla cui base vi è una caratteristica peculiare del DNA bianconero: il cinismo. Le Roi Michel lo applica alla lettera nel dicembre del 1984. Il Napoli è sotto di una rete al Comunale. Gli azzurri si riscoprono grandi ma più grande di loro c’è la Juve. Michel accarezza la sfera, aspetta l’uscita del Giaguaro Castellini e lo fredda. I sogni di gloria partenopei svaniscono. Le Roi guarda tutti dall’alto, anche Maradona e lo farà soprattutto a Tokyo, nel 1985, nell’ultimo atto della Coppa Intercontinentale. Un re in simbiosi con Paolina Borghese di Antonio Canova. Una venere vincitrice, da una parte. Un re vincitore (di tre palloni d’oro), dall’altra. La celebre posa in terra d’Oriente fece del fantasista transalpino un’icona a metà tra eleganza e ironia. O se preferite tra arte e pallone: sinonimi, per Platini. Rien de plus.

Napoli sogna: El Pibe de Oro

“Vivere senza Dio è un rompicapo e un tormento. L’uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti ad un idolo.” Le tracce filosofiche sono quelle di Fedor Dostoevskij. Lungimiranti. In un continuo oscillare tra sacro e profano: è lo scenario di un mondo calcistico che in procinto di capovolgersi. Di un miracolo che smuove gli equilibri.

Diego Armando Maradona è, a Napoli, ciò che maggiormente si avvicina all’idea di perfezione divina. L’anno zero è l’estate del 1984. Il presidente Ferlaino regala alla città il più forte giocatore al mondo ma anche concrete possibilità di riscatto sociale e culturale. Il passaggio, decisivo, dall’anonimato di una piazza che mai ha toccato con mano il mito, a un futuro tutto a tinte tricolori. Non sarà gloria immediata perché anche i miracoli si fanno attendere. Lo scudetto è abituato a climi rigidi, non vede il sole da anni. Le ultime eccezioni rispondono ai nomi del Cagliari di Gigi Riva, anno di grazia 1970 e della Roma 1983, quella di un altro re: Paulo Roberto Falcao. L’Italia glielo chiede: Maradona può e deve salvare la Serie A dalla dittatura nordica.

“Segno lo stesso”

Il 3 novembre del 1985 è la data della svolta. Napoli-Juventus al San Paolo assume i contorni di sfida decisiva, con lo scudetto in palio. Questione di mentalità: non si gioca più per il solo monopolio bianconero e la solita “gara della vita” partenopea. Quella gara che, se vinta, limita ai 2 punti la soddisfazione per la vittoria. Lo scontro diretto del 1985 ha un peso specifico notevole nella storia della Serie A. La monarchia bianconera è ormai prossima ad abdicare. Venti minuti alla fine di un match in cui regna l’equilibrio. Calcio di punizione per il Napoli. Maradona sistema con cura il pallone chiedendo al compagno di squadra, Eraldo Pecci, di dare un leggero tocco alla sfera. Il comune mortale Eraldo, gli chiede: “ma come fai! Non c’è abbastanza corridoio per far passare quel pallone sulla barriera”. Maradona, con nonchalance, gli sussurra: “tu toccala, non ti preoccupare. Segno lo stesso”.

Tra leggi della fisica infrante e punti di contatto divini

La pennellata dell’argentino è oggi un quadro scolpito nella memoria collettiva. Un olio su tela impresso nella storia della Serie A. Tacconi rischia l’osso del collo per togliere la sfera dalle ragnatele dell’incrocio ma non ci riesce. Le leggi della fisica non hanno più motivo di esistere poiché la traiettoria del pallone non assume alcun senso logico. È una punizione divina. Quel gol ribalta completamente la geografia pallonara del campionato italiano. Torino avverte i sentori della fine del ciclo vincente; Napoli è pronta a spodestare la dittatura bianconera: il trono d’Italia è a un passo. Il costante avvicinamento tra Napoli e il tricolore sta tutto nel quadro di Michelangelo, “Creazione di Adamo”. Maradona sta a Dio come Adamo sta allo scudetto. È il 1987: il punto di contatto tra i due (oltre al pari con la Fiorentina al San Paolo) consegna Napoli all’estasi più totale.

Tradimenti e nessun perdono: José Altafini e Gonzalo Higuaín

Non ho nessuno a parte te, che mi ha tradito come sai”.

Era il 1986. Adriano Celentano, con il singolo “Gelosia”, designa i destini sportivi e di mercato sull’asse Torino-Napoli. I cambi di maglia (e i cuori infranti) sono stati innumerevoli. Procedendo per gradi cronologici, non è complicato tornare indietro al 1972 e al tradimento di José Altafini. In Campania dal 1965, il centravanti carioca conobbe la classica crisi del settimo anno. A mandare in frantumi una relazione di lunga data, sempre lei: la Juventus e la possibilità di vincere a Torino la prima coppa dei campioni, personale e di squadra. L’alloro continentale non arriverà ma in compenso fu proprio Altafini a decidere un Juventus-Napoli del 1975. In palio, lo scudetto. Un gol, a 2 minuti dal triplice fischio, pesante come un macigno. Lo stesso che i napoletani non riuscirono a digerire. Tanto da lasciare, sui cancelli del San Paolo, uno striscione carico di amarezza: “José core ‘ngrato”.

Anni dopo, stesso copione. Gonzalo Higuain, con 36 gol, stabilisce il record di marcature segnate in una singola stagione di Serie A. Lo fa con la maglia azzurra. Sarà però un “freddo” assegno di 90 milioni a rompere l’amore viscerale che legava Napoli al suo campione. Ancora una volta, il fascino della Torino sabauda strappa il figliol prodigo dal San Paolo, innamorato e poi tradito. L’argentino, senza esitare, risponde all’etichetta di nuovo core ‘ngrato. Come? Con i gol. Decisivi, pesantissimi. Messi a segno, ironia della sorte, nel suo primo nido d’amore italiano.

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Pubblicato da Alessandro Fracassi

Nato in quel di Sassari nel 1992, cresciuto nel segno della leadership, del temperamento e della passione per i tackle del Guv'nor Paul Ince. Aspirante giornalista sportivo, studio giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Calcio e Basket le linee guida dell'amore incondizionato verso lo sport, ossessionato dagli amarcord, dal vintage e dai Guerin Sportivo d'annata, vivo anche di musica rock e dei film di Cronenberg. Citazione preferita: "en mi barrio aprendí a no perder".