Leone Jacovacci, “il pugile del Duce”

Approfondimento su Leone Jacovacci

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La storia di Leone Jacovacci segna un nuovo inizio per L’Occhio Sportivo. Christian Scala è pronto a raccontarci gli aneddoti e le curiosità sportive con la rubrica “Il lato nascosto dello sport”. Le particolarità di un evento sportivo, di un campione, di una squadra. Mettetevi comodi. E andiamo a far luce su quello che i riflettori della popolarità non illuminano.

Lo sport, come altri ambiti, ha sempre subito pressioni politiche. Ma se in democrazia è normale, le dinamiche mutano quando si tratta di un regime. I totalitarismi, infatti, vogliono primeggiare in ogni campo. Poche, ma significative, le eccezioni. Una di queste è rappresentata da Leone Jacovacci: pugile osteggiato dal fascismo perché di colore.

Il periodo militare e la nascita della passione

Leone Jacovacci nasce in quella che oggi è l’Angola nel 1902, frutto di una relazione tra una donna africana e un uomo romano. Nel 1905  si trasferisce a Viterbo, dove viene cresciuto dai nonni. La carnagione scura non lo aiuta nel suo percorso di crescita. Non viene visto di buon occhio in Italia e sarà una nave, con destinazione Inghilterra, la sua personale àncora di salvezza.

Qui con il nome di John Douglas Walker si arruola nell’esercito: nella terra d’Albione scopre il pugilato e disputa i primi incontri. L’avventura di Jacovacci prosegue in Francia, a Parigi, dove vince 25 incontri consecutivi. Un record in quegli anni. In terra transalpina diventa un mito, gli viene proposto di diventare cittadino francese: rifiuta. Si sente italiano, a tutti gli effetti. Orgoglio nazionale a parte, si fa notare per il suo talento e la sua agilità oltre che per la sua tecnica. All’estero si toglie tante soddisfazioni ma gli manca il Belpaese.

Il ritorno

Il sogno di Jacovacci si materializza nel 1922: tornato in Italia, reclama la cittadinanza ma il paese sta profondamente cambiando avviandosi verso il ventennio fascista. Proprio il regime gli contesta il fatto che lui non ha svolto servizio militare in Italia, oltre al fatto di non essere residente in Italia. Jacovacci non ci sta e rivendica di aver svolto il servizio militare in un paese alleato (l’Inghilterra).

Il regime accetta, ma gli impone un’ultima condizione: quella di non combattere più con il nome di John Walker, ma di farlo con il suo vero nome. Ma i problemi non finiscono di certo qui: il PNF (il Partito Nazionale Fascista) infatti gli impone di combattere come apolide ed inoltre Jacovacci non verrà mai riconosciuto dalla Federazione pugilistica italiana, la FPI. Questo è un ulteriore problema per Jacovacci che in questo modo non potrebbe competere per nessun titolo importante, italiano o europeo, per questo nonostante egli affronti il campione italiano dei pesi medi Bruno Frattini; tale incontro viene dichiarato non valido per il titolo. L’incontro viene vinto da Frattini ai punti, ma Jacovacci è intenzionato a dimostrare il suo valore in Italia.

L’inizio della fine per Leone Jacovacci

Lo sport molto spesso ha presentato nella sua lunga storia situazioni particolari, Leone Jacovacci è protagonista di una di queste: il punto più alto raggiunto in carriera combacia anche con la fine di essa. Il 24 Giugno 1928 sfida a Roma il campione italiano ed europeo dei pesi medi Mario Bosisio, per entrambi i titoli. Quest’ultimo per il fascismo è il prototipo perfetto del campione ed elemento fondamentale è bianco. Inoltre a differenza di Jacovacci – sottoscrive la tessera del partito per quieto vivere e per evitare problemi – Bosisio frequenta i gerarchi, aspetto che lo pone tra i pugili preferiti del regime.

Vista l’importanza della posta in palio, l’incontro viene trasmesso in tutti i cinema. La vittoria andò a Jacovacci, ma incredibilmente le immagini vennero manomesse. Ancora oggi negli archivi dell’Istituto Luce è possibile vedere come manchi la parte più importante: la proclamazione di Jacovacci a campione da parte dell’arbitro.

La scelta di cancellare le immagini fu chiaramente una scelta del regime che vedeva come uno scandalo il fatto che uno dei suoi campioni più rappresentativi fosse scuro di carnagione. Inoltre l’intervista post-incontro, non fu fatta al vincitore ma a Bosisio, che si proclamò come vincitore morale dell’incontro. Nonostante tutto, il trattamento riservato da parte della stampa allo stesso Jacovacci, seppur con articoli brevi,  fu abbastanza clemente. Il pugile originario dell’Angola era un campione molto amato dal popolo italiano ma non dal fascismo. Le idee estremiste del regime portarono a non riconoscergli la vittoria. Uno dei pochi a spendere parole di elogio nei confonti di Jacovacci fu il giornalista Adolfo Cotronei. Pur ammettendo di preferirgli Bosisio, il cronista mise in risalto le doti tecniche del ragazzo. Con i complimenti di Cotronei, iniziò di pari passo anche il declino di Jacovacci.

Gli ultimi anni e la morte

Tornato in Francia, Jacovacci lasciò il pugilato per dedicarsi alla vita da operaio. Dopo il secondo conflitto mondiale, fece ritorno in Italia. Riprese a combattere affinando la pratica del catch, stile di lotta simile al wrestling, con scarsi risultati. Gli ultimi anni di vita li trascorse a Milano, città nella quale morì, nel 1983.

Di Leone Jacovacci si parla poco. Gli appassionati, se non quelli più giovani, non conoscono la sua storia. Avrebbe meritato di più, Leone Jacovacci. Avrebbe meritato un destino diverso. Un destino che gli riconoscesse il dono della tecnica. Perché la pelle, indipendentemente dal colore, non riesce a sopportare tutto.

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Pubblicato da Christian Scala

Romano, diplomato al liceo linguistico Hegel, frequenta il corso di Scienze della Comunicazione all'Università Roma tre. Grande passione per il ciclismo e appassionato di calcio, ha collaborato con Centro Mare Radio e attualmente scrive per Torremare e L'ortica, due riviste online.