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La clamorosa vittoria di domenica scorsa al Parco dei Principi di Parigi ha ridato lustro a una nobile decaduta del calcio francese, il Nantes. Il successo ottenuto ai danni del PSG ha riportato in auge un club storico, precursore del “Tiki-Taka” reso universale dagli spagnoli. Ma possiamo attribuire la paternità del celebre stile di gioco al calcio francese?
Tiki Taka? Non, c’est le “Jeu à la nantaise”
”Il calcio del futuro è da ricercare nel passato”. Così sentenzia Ángel Cappa – allenatore argentino con esperienze al Barcellona e al Real Madrid – in un’intervista concessa al quotidiano spagnolo “El País” nel 2009. Le parole del tecnico albiceleste cercano di inquadrare, in un frame a metà tra storia ed evoluzione tattica del calcio, la genesi del Tiki-Taka. Reso celebre dal Barcellona di Pep Guardiola e dalla Spagna campione d’Europa e del Mondo di Luis Aragonés e Vicente Del Bosque, lo stile di gioco tutto possesso palla ed elusione del pressing avversario raggiunge la sua più alta espressione nella Penisola iberica nel biennio 2008/09 ma la storia ci dice che la sua origine è da ricercare oltre i Pirenei.

Il celebre sistema di gioco affonderebbe infatti le sue radici negli anni ’60 del Novecento nella Francia settentrionale, tra la foschia e il gelo della Loira Atlantica: è Nantes, la “Venezia dell’Ovest“, la culla del calcio moderno. L’elegante città, conosciuta per l’abbinamento ostriche–Muscadet (squisito vino bianco locale), per la vita mondana del quartiere Le Bouffay e per la ricchezza di arte e cultura, entrerebbe di diritto nella storia del calcio per aver cambiato l’idea di tattica applicata al pallone: Nantes è la patria del “Jeu à la Nantaise“, uno degli antenati del famigerato “Tiki-Taka“.
Le radici storiche del gioco “à la nantaise”
“Jeu à la nantaise” è un termine di matrice giornalistica la cui paternità è da attribuire al giornalista Patrick Dessault che, nell’ottobre del 1992, fornisce esaustiva spiegazione semantica dello stile di gioco tra le colonne dell’Équipe:
“Ereditato dagli anni ’60 e portato alla luce da José Arribas, ripreso parola per parola da Suaudeau, il gioco in stile nantese rinasce oggi dalle sue stesse ceneri. Questo bagaglio di competenze e abilità, impostato come filosofia di gioco, è quindi tornato sui campi di calcio francesi. Intelligenza di gioco, scienza del movimento, della corsa e dello smarcamento, della semplicità del gesto, tutti questi principi messi in risalto da un cuoco che esegue le proprie ricette” (qui l’articolo completo).

Come affermato da Dessault, l’origine di uno stile di gioco destinato a fare le fortune di molti in giro per l’Europa, andrebbe ricercata agli albori degli anni ’60. Così come non sono di certo casuali le origini geografiche dell’allenatore-padre del “Jeu à la nantaise“: José Arribas, nativo di Bilbao ma sanguigno allenatore naturalizzato francese, giunge a Nantes per costruirsi un futuro lontano dalla guerra civile che imperversa nei Paesi Baschi e in tutta la Spagna. Nel 1960 viene ingaggiato dai “Canarini” della Loira (il soprannome deriva dal colore sociale giallo che domina le maglie del Nantes, abbinato al verde) con i quali vincerà tre titoli nazionali in sedici anni di gestione.
Il modello tattico di riferimento
“Sergente di ferro“, votato alla cura maniacale del dettaglio, alla rigorosa disciplina da infondere al gruppo e infatuato dal predominio territoriale delle sue squadre attraverso un ragionato e asfissiante possesso palla, José Arribas ha in mente un’idea di gioco ben definita. L’obiettivo del tecnico è quello di proporre in Francia una tipologia di calcio che si avvicini all’esplosivo 4-2-4 reso celebre dalla nazionale brasiliana campione del mondo due anni prima, in Svezia, nel 1958.

Il Nantes che si appresta a disputare la Division 2 è squadra modesta, priva di menti calcistiche oltre la media. Non ci sono interpreti di spicco: c’è però la voglia di costruire, in casa, profili di livello. L’ambizioso progetto tecnico di Arribas si regge su quattro concetti chiave: velocità di esecuzione (e di pensiero) della giocata, eccelsa tecnica di base (gioco a due tocchi o, preferibilmente, di prima), capacità di interpretare gli sviluppi della partita e, soprattutto, mantenere costante il possesso palla per poi colpire l’avversario che non potrà far altro che rispondere con una pressione sterile e fine a sé stessa.
Il laboratorio dei sogni: la Jonelière
Proporre un’idea di calcio simile richiede, oltre alle capacità tecniche di base, un dispendio fisico e di energie non indifferente. Il metodo di allenamento di Arribas diventa presto un incubo per i giocatori del Nantes: come racconta lo scrittore Alain Garnier nel libro “F.C. Nantes: la passe de trois“, l’idea del calcio rivoluzionario non è altro che il prodotto di durissimi e faticosissimi allenamenti senza palla, alimentando quella scienza del movimento, dello smarcamento e del contatto fisico sopracitata da Dessault.

Per sviluppare il “Jeu à la nantaise” Arribas pretende la costruzione di una “gabbia” nel centro sportivo gialloverde: si tratta di terreno murato e dalle ristrettissime dimensioni il cui obiettivo era quello di migliorare velocità e qualità di esecuzione dei passaggi negli spazi brevi dei calciatori, oltre a migliorarne la reattività. Sede della famosa gabbia, il centro sportivo nonché sede amministrativa della società: la storica Jonelière (dal 1989 è stata rinominata “Centre sportif José-Arribas). Inaugurata ufficialmente nel 1978 e richiesta espressamente dallo stesso Arribas due anni prima, la Jonelière non solo è il centro sportivo del Nantes ma è anche il nome con il quale si identifica il vivaio dei canarini, capace negli anni successivi di produrre calciatori di fama internazionale come Marcel Desailly, Didier Deschamps e Christian Karembeu, campioni del mondo 1998 con i “Black Blanc Beur” del C.T. Aimé Jacquet.
La prima era Suaudeau
L’esperienza di Arribas al Nantes si conclude nel 1976 con il passaggio del tecnico al Marsiglia. Il bilancio in riva all’Atlantico del tecnico è più che positivo: tre scudetti (1965, 1966 e 1973), una Supercoppa nazionale e una Coppa di Lega, aggiunte entrambe al palmarès nel 1965. Con la nuova guida tecnica, Jean Vincent (ex bomber di Lilla e Stade Reims), i “Canarini” vincono altri due scudetti nel 1977 e nel 1980, oltre alla prima Coppa di Francia del 1979. Un ciclo vincente che lascia presto spazio a un fisiologico calo di gioco e risultati.

Dopo alcune stagioni in chiaroscuro, i “Canarini” tornano a brillare. Estate 1982: il club opta per una soluzione interna e affida la gestione della prima squadra a Jean-Claude Suaudeau, già giocatore gialloverde tra il 1960 e il 1969 e allenatore uscente della Jonelière. Al primo tentativo, “Coco” vince il titolo rispolverando solo a sprazzi il vecchio “Jeu à la nantaise” in versione anni ’80: un 4-3-3 tutto possesso palla e verticalizzazioni tramutate in oro da un rapace dell’area di rigore come Vahid Halilhodzic, autore di 27 reti nell’annata della sesta affermazione tricolore del Nantes. Tuttavia le stagioni successive sono avare di soddisfazioni e culminano con l’esonero di Suaudeau del 1988. Non sarà un addio ma solo un arrivederci.
Il Nantes anni ’90: Suaudeau e il “Jeu à la nantaise” versione 2.0
Dopo tre anni di anonimato il Nantes ritorna a occupare le prime pagine dei quotidiani sportivi francesi e nel 1991 la notizia che circola negli ambienti della Divisiom 1 è a dir poco clamorosa: il patron gialloverde Max Bouyer richiama Coco Suaudeau cacciato solo qualche stagione prima. Come la fenice che risorge dalle proprie ceneri, il “Jeu à la nantaise” ritorna prepotentemente in auge, versione 2.0. Il Nantes inizia a carburare, incanta la critica sportiva transalpina con prestazioni altisonanti e in un triennio arriva a competere per il titolo, facendo a gomitate con le più quotate Psg e Monaco.

La svolta tecnico-tattica si consuma nella stagione 1994/1995. La formazione del Nantes di quell’annata segna, più di ogni altra, la storia del calcio transalpino lasciandosi dietro autentici totem quali l’Olympique Marsiglia di Bernard Tapie, costruito più con la forza degli assegni che con la forza delle idee. Il Nantes di Suaudeau, che costruisce in casa i campioni del futuro, viaggia a velocità supersonica con pressing continuo e a tutto campo. La squadra, schierata con un 4-4-2, presenta Casagrande tra i pali, Eddie Capron e Serge Le Dizet terzini; Jean Michel Ferri e il capitano Eric Décroix i centrali difensivi. Fondamentale il supporto degli esterni Pedros e Japhet N’Doram sulle corsie esterne, mentre la diga di centrocampo si completa con due pezzi da novanta: Claude Makélélé e Christian Karembeu. Davanti, le bocche da fuoco Nicolas Ouédec e Patrice Loko, prodotti della Jonelière.

Fondamentali, nello scacchiere tattico gialloverde, i due mediani: in fase di non possesso arretrano fino a posizionarsi sulla linea di difesa, garantendo una maggiore copertura e favorendo, una volta recuperato il possesso palla, l’impostazione di un’azione rapida, ragionata e di qualità. La pedina tattica chiave del sodalizio francese è Jean Michel Ferri, schierato come difensore centrale ma centrocampista centrale di nascita. Ferri rappresenta alla perfezione il prototipo di giocatore che andrà sviluppandosi negli anni (Xavi e Mascherano al Barcellona, Gerrard nel Liverpool di Rodgers, De Rossi alla Roma e Cambiasso all’Inter): mediano che scala sulla linea di difesa e agisce da play arretrato. Concetti tattici rivoluzionari per l’epoca e che garantiranno al Nantes annate ricche di soddisfazioni.
Il gioco “alla nantaise” porta i suoi frutti: lo scudetto ’95 e la semifinale di Champions
I risultati di un impianto di gioco collaudato vengono raccolti da Suaudeau nella stagione 1994/95, durante la quale il Nantes fa subito il vuoto dietro di sé. La squadra abitua la tifoseria esigente dello stadio Beaujoire a prestazioni da incorniciare, tanto che il tifo organizzato dà il benvenuto alle compagini avversarie con un coro intitolato la “tarif maison“: la malcapitata squadra avversaria “paga” il “Jeu à la nantaise” e l’assedio della truppa di Suaudeau con tre reti a partita a la Beaujoire. Ciò accade in dieci gare tra le mura amiche su diciannove totali. Anche il Psg campione in carica di Weah e Rai subisce la legge dei tre gol ma al Parco dei Principi: 0-3 senza appello firmato Loko e N’Doram (doppietta), l’11 gennaio 1995.

I gialloverdi stabiliscono inoltre, in quella stessa stagione, due record ancora oggi imbattuti: 32 risultati utili consecutivi e una sola sconfitta stagionale (0-2 a Strasburgo a scudetto già in cassaforte). La certezza matematica del titolo arriva il 27 maggio 1995 nella gara interna contro il Cannes di un giovanissimo Patrick Vieira. Il 2-1 finale è storico. Non solo mette il sigillo al settimo trionfo nazionale dei gialloverdi ma entra negli annali soprattutto per un dettaglio cromatico che rappresenta, a oggi, un unicum nella storia del calcio francese: per la prima volta, la squadra che si laurea campione di Francia si arma di ago e filo e decora la maglia con lo scudetto tricolore francese, sulla falsa riga di quanto avviene in Italia da anni. Anche in Europa il gioco “à la nantaise” entusiasma: nell’edizione 1995/96 della Champions League, il Nantes supera la fase a gironi nel raggruppamento con Panathinaikos, Porto e Aalborg, estromette lo Spartak Mosca ai quarti di finale me deve dire addio alla finale dell’Olimpico di Roma complice l’eliminazione in semifinale con i futuri campioni d’Europa della Juventus.
Fonte immagine copertina: maillots-nantaise.com
Rivisitazione articolo pubblicato sulla pagina Facebook “Romanticamente calciofili” (11/02/2015).
