I bomber dimenticati degli anni ’90: Meho Kodro, dalla guerra al gol

Il Guerin Sportivo n.12 del 1996: secondo la rivista, Kodro era vicino a un trasferimento in Emilia

Lo sgabuzzino è il luogo dove la memoria rispolvera echi datati, emozioni accantonate. Un concentrato di ricordi, nel quale nemmeno le abbondanti dosi di polvere riescono a rovinare pagine e nastri di storia calcistica. Le Vhs, dalle etichette ingiallite, custodiscono gelosamente quel che è rimasto, frame by frame, delle rimpiante domeniche pallonare. I blocchi dei Guerin Sportivo, divisi per annate e film dei campionati, rispolverano quelle attualità in cui tutto si ribaltava di settimana in settimana. Il fascino dei bomber europei, tra le foto dei vecchi Guerin e le immagini della “Logos” che scorrono accompagnate dalla solita voce intrisa di epicità, cattura le attenzioni di chi soffre di arcaiche nostalgie. Dalla folta chioma di Batistuta all’innata sinuosità di Weah all’ombra della Tour Eiffel, passando per gli sguardi minacciosi di Cantona a Old Trafford.

Se i fuoriclasse del gol affascinano, i nomi degli attaccanti che emergono dai reperti di archeologia calcistica, riportano alla mente suggestioni certamente non inferiori. Cognomi poco “esotici”, poco “notiziabili” rispetto alle gesta dei più celebri colleghi ma altrettanto densi di leggenda mista a epicità. Sono i bomber di seconda fascia, protagonisti di domeniche indimenticabili. Terminali offensivi di squadre in cerca di un piazzamento Uefa, di clamorose vittorie contro avversari ben più quotati, di imprese solo sfiorate contro i Golia di turno. Di maglie sudate e strappate con il 9, sulla schiena, a ribadire scopi e aspettative di una carriera vissuta all’insegna di un’unica preoccupazione: quella per il gol.

Dimentichiamoci per un attimo di smartphone e applicazioni di social networking, portatrici di nuove forme di socialità mediata. Togliamo piuttosto la polvere dalla vhs e riavvolgiamo il nastro. Premiamo play e godiamoci la prima puntata dei cinque bomber meno reclamizzati degli anni ’90. Il primo appuntamento ci porta sul lungomare della Concha, spiaggia storica e simbolo di San Sebastian, Paesi Baschi spagnoli. Piazza calcistica ideale per i cecchini dell’area di rigore. Teatro di reti d’autore: quelle di Meho Kodro, el delantero bosnio.

Meho Kodro: un bomber in fuga per la vittoria

Kodro a San Sebastian: la maglia della Real Sociedad come una seconda pelle

I geni jugoslavi non mentono: fantasia al potere o bomber di razza erano le uniche vie di fuga per chi, nei Balcani, sognava con il pallone tra i piedi. Sfuggire alle miriadi di difficoltà, economiche e sociali, diventava quasi un obbligo. Meho Kodro, nella Prva Liga, spinse quel pallone 48 volte nelle reti avversarie. Indossava la maglia del Velez Mostar, il sodalizio pallonaro della sua città natale, studiando da vicino le gesta del suo compagno di reparto, Vladimir Gudelj, bomber di razza che in Spagna lasciò il segno in quel di Vigo. Un talento, quello di Meho, ossessionato dalla cura del dettaglio e dalla perfezione del gesto tecnico che rischiava di essere abbattuto ancor prima di sbocciare. Lo “Stari Most”, simbolo della guerra per l’indipendenza bosniaca, cadde sotto i colpi delle atrocità belliche, in nome di una pulizia etnica che mise in ginocchio un’intera nazione.

Kodro, fiutando un futuro di sangue e lacrime, lo attraversò prima che le milizie croate lo distrussero, accecate da un nazionalismo che travolse famiglie, valori, sogni e speranze. La sua voglia di emergere rimase però intatta. Seguì le orme di Gudelj, abbandonando la sua terra direzione Spagna. San Sebastian e la Real Sociedad credettero nelle potenzialità del giocatore, scosso dal dolore per un paese, il suo, in crisi d’identità ma dai propositi di rivalsa personale raggiungibili attraverso un linguaggio calcistico universale per un attaccante: il gol. L’allenatore degli txuri urdin, John Toshack, convinse il club a un investimento esiguo per l’epoca (100 milioni di Pesetas, poco più di 600 mila euro), certo che le qualità del centravanti bosniaco sarebbero emerse con decisione anche in un campionato di prima fascia come quello spagnolo.

Eredità pesanti da raccogliere e dubbi tecnici

Aldridge sorridente nel vecchio stadio Atocha

L’eredità che il giocatore raccolse al suo arrivo nei Paesi Baschi fu però pesantissima: non far rimpiangere sua maestà John Aldridge, attaccante irlandese ex Liverpool. L’attaccante d’Oltremanica non si ambientò, in due anni, alle uggiose giornate invernali spagnole. Nonostante i fastidi meteoropatici, mise a segno 40 reti in 63 partite giocate in Spagna tra il 1989 e il 1991. Il vecchio stadio “Atocha”, alla presentazione della rosa della Erreala edizione 1991/1992, storceva il naso. Un bosniaco semi-sconosciuto con la 9 di Aldridge era sintomo di un evidente ridimensionamento degli obiettivi societari. I dubbi sulle qualità del giocatore ebbero però durata effimera.

7 dicembre 1991: al Bernabeu nasce “El Kodrazo”

Il quotidiano Sport del 18 ottobre 1995: “El Kodrazo” colpisce ancora

Nonostante le fisiologiche difficoltà di ambientamento, il primo sigillo in Spagna non tardò ad arrivare. Lo scenario era quello del Santiago Bernabeu, l’avversario il Real Madrid. Le Merengues conducevano con un 4-0 che non ammetteva repliche. Hagi, il Maradona dei Carpazi, fece bello e cattivo contro la malcapitata difesa txuri urdin. Serviva un sussulto d’orgoglio. In quel piovoso pomeriggio madrileno del 7 dicembre 1991 la Primera Division conobbe Meho Kodro.

Il 9 bosniaco, con una sassata su calcio di punizione dal limite dall’area, trafisse Paco Buyo dando vita al “Kodrazo”. Il neologismo divenne termine giornalistico con il quale i cronisti sportivi iberici erano soliti celebrare le precise e potenti staffilate su calcio piazzato del centravanti bosniaco. Negli anni, il significato del neologismo si estese: “El Kodrazo” divenne un immancabile appuntamento nelle sfide che vedevano opposti i txuri urdin alle grandi di Spagna, Barcellona e Real Madrid. Con le cinque reti ai blaugrana e le sette ai blancos, Kodro venne ribattezzato dalla stampa spagnola come “l’ammazza-grandi”. Lo scetticismo iniziale della tifoseria blanquiazul fece posto a una certezza inconfutabile: Meho era destinato ad imporsi come uno dei centravanti più prolifici e completi d’Europa.

L’idealtipo del centravanti moderno

Kodro alla Real Sociedad e al Barcellona

Rapidità, forza fisica e precisione furono le caratteristiche chiave di un giocatore ossessionato dalla cura maniacale del dettaglio. Contagiosa la voglia di Kodro di migliorarsi, tanto in allenamento quanto negli appuntamenti ufficiali. L’abilità nel colpo di testa, sfruttando i suoi 1,88 cm di altezza, gli consentiva di mandare in scacco matto le difese schierate a zona. Due, però, furono i movimenti smarcanti tipici dell’attaccante bosniaco: l’anticipo sul marcatore con conseguente attacco al primo palo quando i palloni gli venivano forniti dalle fasce e l’attacco della profondità. Nonostante la stretta marcatura del difensore avversario, Kodro si defilava sulla destra, calciando poi in diagonale verso lo specchio della porta. Risultato? Faccia sconsolata del portiere da una parte e braccia larghe (ed esultanti) dall’altra.

Il biennio d’oro: 1993-1995

approfondimento su Kodro
28 maggio 1995: Kodro gioca il suo ultimo match allo stadio Anoeta

Tra il 1993 e il 1995, Kodro si consacrò come uno dei più grandi centravanti in circolazione. Il bosniaco faceva reparto da solo, nonostante fosse assistito da un giocatore di classe come Javier de Pedro, prodotto della cantera txuri urdin. La svolta definitiva a una carriera che decollò, fu datata 22 gennaio 1994. Il Barcellona, il dream team di Johan Cruijff, si presentò all’Anoeta. 1′ di gioco: Kodro non diede nemmeno il tempo ai blaugrana di ammirare il nuovo impianto basco, inaugurato nel luglio 1993. Attaccò il secondo palo e portò avanti i suoi, fiondandosi su una palla sporca. Gli azulgrana pareggiarono poco dopo con Michel Laudrup ma, nella ripresa e sulla linea del fuorigioco, ancora il bosniaco annullò la retroguardia di Cruijff mandando in estasi i 30mila txuri urdin.

Il percorso di crescita si completò nel derbi basco del 28 maggio 1995. La manita rifilata dalla Real all’Athletic Bilbao entrò di diritto nella storia del calcio spagnolo così come la tripletta con la quale Kodro si congedò dal suo pubblico: un gol di sinistro a porta sguarnita ad aprire le danze, un colpo di testa letale e un piatto destro, salutato con il palmo della mano aperto e disteso al cielo. Al fischio finale, i dubbi sulla permanenza del bomber bosniaco a San Sebastian si tramutarono in una triste ma ovvia realtà. La standing ovation riservata dal pubblico dell’Anoeta al suo bomber in lacrime, sottolineò la maturità di una tifoseria che consegnò di fatto il bosniaco a un’esperienza in un top team. Meritata. Chiuse l’avventura basca, dopo quattro stagioni, mettendo a segno 73 reti in 129 partite, sfiorando più volte il titolo di Pichichi della Primera División .

Se Cruijff telefona…

Kodro al Camp Nou

Nell’estate del 1995 il centravanti bosniaco divenne uomo mercato. I rumors si sprecarono: il Bayern Monaco era pronto a carte false pur di strapparlo alla Real Sociedad e portarlo in Bundesliga. L’Inter della nuova era Moratti, dopo aver ingaggiato Paul Ince dal Manchester United, voleva affidargli le chiavi dell’attacco nerazzurro. La spuntò invece il Barcellona con una telefonata-blitz di Johan Cruijff, che offrì alla Real Sociedad una cifra vicina ai 700 milioni delle allora Pesetas (5,5 milioni di Euro attuali). Era il Barcellona dell’ultima versione del dream team dello stratega olandese, prossimo all’addio a fine stagione ma desideroso di rivalsa dopo una temporada anonima.

L’esperienza di Kodro al Camp Nou fu invece altalenante, non in linea con le aspettative: 9 reti in 32 match disputati. Ma se si dovesse chiedere ai tifosi blaugrana cosa ricordano maggiormente dell’esperienza catalana di Kodro, la risposta sarebbe unanime: Barcellona-Real Madrid, 10 febbraio 1996. Kodro, quando vedeva blanco, si trasformava: come un avvoltoio che si avventa sulla sua preda, al tramonto del primo tempo trafisse Buyo sul suo palo, con il classico movimento in anticipo sul difensore, in quel caso il malcapitato di turno fu Manuel Sanchis, non proprio l’ultimo arrivato. Non soddisfatto, ai titoli di coda mise a sedere ancora una volta l’estremo difensore merengue,mandando in visibilio il teatro dei sogni azulgrana. Concluse la carriera tra Tenerife (con un’altra doppietta, decisiva, al Real Madrid nel 1998), Vitoria (con l’Alavés) e Tel Aviv, sponda Maccabi.

Alessandro Fracassi

Nato in quel di Sassari nel 1992, cresciuto nel segno della leadership, del temperamento e della passione per i tackle del Guv'nor Paul Ince. Aspirante giornalista sportivo, studio giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Calcio e Basket le linee guida dell'amore incondizionato verso lo sport, ossessionato dagli amarcord, dal vintage e dai Guerin Sportivo d'annata, vivo anche di musica rock e dei film di Cronenberg. Citazione preferita: "en mi barrio aprendí a no perder".

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