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Carlos Delfino: un amore hegeliano al PalaDozza

 

L’amore travalica i confini della logica. Abbatte le barriere spaziali, temporali e di qualsiasi altra natura. È l’apoteosi dell’unità del sé con un’altra entità. Un abbandono, nel quale la pienezza dei singoli consente di raggiungere vette di felicità indicibili. Un sentimento tangibile, che ammette una sola condizione: la sua esistenza è data dalla perfetta simbiosi tra due esseri. Carlos Delfino e la Fortitudo Bologna è l’esempio dell’amore applicato alla pallacanestro. La teoria idealista del filosofo Hegel ben si adatta ai continui ammiccamenti e contatti tra il giocatore e la “Effe”, successivi all’ufficialità dello status di free agent dell’argentino. Lo scenario delineatosi, l’unico ammissibile, lo ha riportato su quel parquet, l’unico amore cestistico della sua carriera: quello del PalaDozza, in Piazza Azzarita, a Bologna.

15 anni di distacco fisico, per chi ha conosciuto l’amore vero, sono un’infinità. Più di una decade, durante la quale la dolce metà è passata dall’accecante bagliore della gloria nazionale e continentale all’incubo del fallimento societario del 2012. La fenice biancoblu è risorta, come da copione, dalle sue stesse ceneri. Sgomitando tra tempeste e sogni infranti. L’amore è ritornato, più forte di prima. Questa volta, il lieto fine è un must che la storia della pallacanestro italiana si augura. Per recuperare, finalmente, antichi bagliori oscurati dal tempo e dai tribunali.

Innamorarsi a Bologna: argent(in)o vivo alla Skipper

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La passione tra il condottiero Carlos e la Effe nacque nell’estate del 2002 quando un biennio di altissimo livello a Reggio Calabria in maglia Viola, non passò inosservato al patron del club bolognese, Giorgio Seragnoli. L’ala piccola argentina approdò all’ombra della Torre degli Asinelli consapevole di un imponente step professionale per la sua carriera.

Delfino andava a completare un roster che si imponeva, per qualità e quantità, come uno dei più forti d’Europa e della storia biancoblu: sponsorizzata Skipper, la Fortitudo edizione 2002/03 annoverava tra le sue fila giocatori di livello internazionale, tra i quali spiccavano l’estro smisurato di Gianmarco Pozzecco, un giovane (ma già promettente) Stefano Mancinelli, il capitano Gianluca Basile e l’esperienza di Jack Galanda a completare il blocco-italiano; il playmaker A. J. Guyton, Lubos Barton, Mate Skelin e Carlos Delfino costituivano un parco-giocatori stranieri con doti tecniche oltre la media, capaci di garantire innumerevoli soluzioni tattiche nei topic-moments del match. Il direttore di un’orchestra pronta a deliziare la platea italiana e continentale era Jasmin Repesa, subentrato a stagione in corso a Matteo Boniciolli.

Maturità e tecnica al potere: Delfino simbolo biancoblu

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Delfino, nonostante un fisiologico appannamento nella prima parte della stagione – dovuto all’adattamento in un club che non conosceva risultati opposti alla vittoria – riuscì a imporsi in un contesto tecnico eccelso, sfruttando il mix di qualità fisica abbinata all’imponente tecnica di base. La regular season vide l’argentino in grande spolvero: la fiducia di Repesa, abbinata al tipico carisma sudamericano, permise a di Delfino collezionare 25 presenze in Serie A, condite da 9,7 punti di media a partita e una media di 4,4 rimbalzi difensivi.

La stagione regolare si concluse con il sesto posto e l’accesso ai playoff scudetto: fu solo l’inizio di un’entusiasmante cavalcata che porterà la Fortitudo, un anno dopo, ancora in finale. Eliminate in serie Trieste, Cantù e Virtus Roma, Delfino diede conferma di aver raggiunto un grado di maturità tale da imporsi come giocatore esperto e quindi pronto a contendersi un tricolore dal sapore di rivincita per la Effe: ancora una volta, fu la Benetton Treviso l’avversaria lungo la strada per la gloria. Obiettivo? Vendicare lo 0-3 di 12 mesi or sono.

Il sogno scudetto infranto

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La corazzata di Ettore Messina sfiorò, qualche settimana prima, una storica Eurolega. Solo il Barcellona di Dejan Bodiroga e dell’ex Fortitudo Gregor Fucka impedì ai trevigiani di fregiarsi dell’alloro europeo. Se i veneti giocarono con una ferita continentale aperta, la Fortitudo voleva sovvertire ogni pronostico. La serie, al meglio dei cinque incontri, fu combattuta nelle prime due uscite ma gara-3, al Palaverde, fu il vero spartiacque della stagione: l’87-62 finale dei veneti, con un Tyus Edney travolgente e immarcabile, stabilì nuovamente le gerarchie della pallacanestro nostrana. La realtà tricolore per i biancoverdi divenne realtà il 17 giugno 2003 al PalaDozza. Lo scudetto prese ancora una volta la via veneta ma non scalfì le certezze di una Effe a un passo dall’impresa.

Tra conferme e nuovi orizzonti

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Tra le sorprese dell’annata 2002/2003, determinante fu l’apporto di Delfino alla causa biancoblu. Glaciale nei momenti chiave del match e mortifero nelle conclusioni dalla distanza, Carlos da Santa Fe divenne giocatore completo e affidabile soprattutto in fase difensiva, con un’asfissiante e intensa marcatura a uomo che obbligava l’avversario di turno a scelte offensive poco ragionate e quindi infruttuose. All’imponente crescita dell’argentino, seguì, nell’estate del 2003, un rinnovamento tecnico nel roster biancoblu. Una ventata di freschezza, novità e giovinezza fece da preludio a scelte dolorose: Jack Galanda lasciò Bologna per ricongiungersi con il suo mentore, coach Carlo Recalcati, in quel di Siena. Orfana di Jack, la Fortitudo Bologna edizione 2003/2004 fu un mix di ali di qualità (Smodis, Lorbek e Mottola) unita a un blocco di giovani prospetti: su tutti Marco Belinelli, ceduto dai rivali concittadini della Virtus a prezzo di saldo.

Recalcati e Maccabi: incubo e addio alla Fortitudo

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Il carisma e la spavalderia di Delfino, unite al carattere e alla tempra di Pozzecco, fecero volare la Fortitudo. In Eurolega, Delfino trascinò i suoi sia in regular season, sia nella Top 16. La partita che consacrò Delfino come giocatore in grado di spostare gli equilibri di una partita e di una stagione, fu la semifinale di Eurolega con la Montepaschi Siena. I 27 punti finali e la freddezza nei momenti chiave del match, consegnarono la Skipper alla finalissima contro il Maccabi Tel-Aviv, padrone di casa. Contro l’onda d’urto del duo Parker-Jasikevicius furono nulli i propositi di gloria: l’utopia continentale fortitudina rimase tale.

Tra i confini nazionali, la beffa fu ancora più atroce. Dopo aver liquidato la Virtus Roma con un secco 3-0 ai quarti di finale, il playoff per il tricolore mise ancora di fronte Benetton e Skipper. Memore delle recenti e brucianti sconfitte, la Fortitudo – trascinata da un Delfino in stato di grazia – annichilì i veneti, lanciando un messaggio chiaro alla Montepaschi Siena finalista. Ma non ci fu storia: i toscani, guidati dallo stratega Recalcati, vinsero 3-0 la serie, mettendo le mani sul primo scudetto della loro storia. Delfino avvertì i primi segnali di conclusione di un percorso che, pur privo di titoli, lo fece crescere a dismisura. Così tanto da aprirgli le porte dell’eldorado cestistico mondiale, l’NBA.

L’olimpiade, il sogno americano e l’infortunio

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Il punto più alto della carriera di Carlos Delfino coincise con il biennio 2004/2005. L’oro con la nazionale argentina alle olimpiadi di Atene (pur da riserva), fu il preludio all’approdo in NBA. I campioni in carica dei Detroit Pistons, misero sotto contratto il giocatore argentino, affiancandolo a mostri sacri quali Richard Hamilton, Ben e Rasheed Wallace e Chauncey Billups. La franchigia del Michigan, pronta al back-to-back, sfiorò il titolo complice un Tim Duncan formato Superman, che riportò l’anello a San Antonio. Delfino trascorse tre stagioni (con discreti risultati) in Michigan, per poi passare ai Toronto Raptors. In Canada, Carlos riuscì ad esprimere maggiormente il suo potenziale, trovando più spazio nel quintetto titolare.

Archiviata senza troppe soddisfazioni un’esperienza russa al Chimki Mosca (con la quale perderà campionato ed Eurocup), l’agosto del 2009, segnò il ritorno di Delfino Oltreoceano, direzione Milwaukee. Con i Bucks, l’argentino riuscì ad imporsi anche in NBA, mettendo a segno 1.878 punti in 178 match giocati. Le tre stagioni, disputate ad alto livello, gli valsero un ulteriore step: da free agent, diventò nel 2012 un nuovo giocatore degli Houston Rockets. Il colpo di scena fu però dietro l’angolo. 29 aprile 2013, gara 4 dei playoff: i Rockets ospitarono gli Oklahoma City Thunder di Kevin Durant. Delfino, con un colpo di genio, rubò il pallone dalle mani di Kevin Martin e, in contropiede, schiacciò in faccia allo stesso Durant. Sulla ricaduta, Carlos accusò un fastidio al piede destro. Che si trasformò in un calvario: 1.173 giorni senza basket e 6 interventi chirurgici. Dall’apice della carriera a un’inesorabile discesa verso l’abisso.

Destino bolognese: l’incantesimo da spezzare, 10 anni dopo

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La morte dell’amata nonna e il sesto intervento chirurgico, con miglioramenti pari a zero, determinarono il tracollo psicologico dell’argentino. Una carriera ai titoli di coda, ormai destinata a un’amara conclusione. L’ultima spiaggia fu affidata a Sandro Giannini, chirurgo bolognese specialista in ortopedia e traumatologia. Con un intervento risolutivo a un piede che non dava più risposte, la carriera di Delfino svoltò improvvisamente. Cellule staminali e tessuti biologici riprodotti in laboratorio, salvarono la carriera al giocatore che riprese l’attività agonistica contro ogni aspettativa. Un nuovo inizio aprì le porte a una nuova vita per Carlos: la convocazione con l’Albiceleste del 2016, il ritorno in campo con il Boca Juniors e il come-back europeo con le canotte di Baskonia e dell’Auxilium Torino. Con il ritorno in Italia, le buone prove fornite in A e in Eurocup vengono offuscate dai continui screzi con la dirigenza torinese, con conseguente taglio dal roster.

Free agent dallo scorso natale, i primi rumors di mercato legati all’argentino si sprecano: Sassari lo ha in pugno ma i malumori interni porteranno a ribaltoni dell’area tecnica; Alessandro Frosini, forte del rapporto con il giocatore, è vicino a vestirlo di biancorosso reggiano. I rumors rimarranno tali ma lo scenario muta, radicalmente: la Fortitudo Bologna lo contatta alla vigilia di San Valentino. Il ritorno di fiamma, dopo 15 anni, è forte e il 27 febbraio il ricongiungimento tra le parti è inevitabile. Delfino ritorna al PalaDozza in un momento storico delicato: il primato in A2 è a rischio, serve esperienza e unità d’intenti. Dopo un decennio, l’amore hegeliano ritorna in auge. Un ardore che si traduce in un unico obiettivo comune: la felicità. Quella che la Effe perse in quel pomeriggio di lacrime e sangue a Teramo. Dopo 10 anni, con un Carlos in più, è lecito sognare.

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