Roma-Liverpool, 30 maggio 1984: tradimento e perdono

30 maggio 1984. Roma è affascinante, oltre l’ordinario: il giallo e il rosso campeggiano ovunque, l’entusiasmo è quasi contagioso e la febbre per l’evento della storia sale raggiungendo vette mai toccate prima. La finale di Coppa dei campioni è un unicum nella storia del calcio capitolino: in un’osteria, a Prati, la tensione si intreccia con l’ignoto. Una serata mai vissuta, un destino che non si conosce: il contrastante sentimento di una leggendaria vittoria mai raggiunta si oppone a quanto possa essere cocente il dramma della sconfitta.

E poi…silenzi

Wikipedia

Un gruppetto di tifosi, in mistico silenzio, non riesce a gustare come di consueto il Chianti poggiato in bella mostra sul tavolo illuminato dalla televisione, sintonizzata sul primo canale. La voce di Bruno Pizzul accompagna la serata di giovani tifosi e veterani, attempati in un lieve torpore tra speranze e paure. Un filo conduttore li lega ad Agostino. Sguardo concentrato, fascia al braccio, orgoglio da vendere. Di Bartolomei incarna la spasmodica attesa di ogni tifoso giallorosso. Uno sguardo che, dopo un quarto d’ora, lascia spazio alla paura di non farcela

La doccia gelata porta un nome e un cognome: Phil Neal. Il roccioso terzino reds fa naufragare in trenta minuti o poco più, sogni che si trasformano in illusione. La serata assume tutti i contorni del “romanismo”: sfiorare un sogno, disputando in casa la prima finale di Coppa dei campioni, mancandolo per attimi, istanti quando ormai il trionfo sembra cosa fatta. La filosofia e i pensieri negativi lasciano però spazio alla concretezza: Roberto Pruzzo riporta in vita il sogno romano di una notte stellata di maggio. Un sogno che, ora, inizia a colorarsi d’argento. La forma è quella di una coppa dalle grandi orecchie. L’equilibrio però è duro morire. Non si spezza. Lo sguardo catturato dalle telecamere è ancora quello di Agostino che non lascia trasparire emozioni. Il destino è affidato agli undici metri: la borderline tra il paradiso e l’inferno.

Tutti soffrono, a volte

utlimouomo.com

I rigori, gli occhi rivolti al cielo, gli errori dettati da un’eccessiva sicurezza. Bruce Grobbelaar sguazza nel marasma di sconforto che travolge Ago: l’espressione beffarda di chi sa come andrà a finire. La sicurezza di chi l’ha già alzata al cielo nel 1977 e già pregusta il nuovo trionfo, danzando sulla linea di porta e irridendo il battito accelerato di una curva sud mai così silenziosa.

Poi Alan Kennedy, le braccia inglesi al cielo, la Coppa in bella mostra e “You’ll Never Walk Alone” che spodesta Venditti: i danzatori inglesi, parafrasando Battiato, ballano a piedi nudi sui bracieri ardenti dell’Olimpico. L’assordante silenzio squarcia la notte romana. Lo sguardo di Ago è perso nel vuoto. Dell’osteria di Prati, chiusa nel suo dolore, è rimasto un soffio di vento, gelido, nonostante giugno sia prossimo a spalancare le porte. Quella notte camminarono tutti soli. Non è solo la coppa ad essere scappata. Agostino lascia Roma e prosegue una carriera che gli dà ancora tanto ma che lo priva del sorriso, per sempre.

Cala il sipario

interris.it

29 maggio 1994. Il decimo anniversario dell’amara notte romana sta per cadere. Ago non riesce a gustare il suo calice di vino. Scruta l’orizzonte, come quella sera. Un soffio di vento primaverile lo sfiora, come la coppa. Una lacrima lo fa sprofondare in un punto di non ritorno. La delusione è sedimentata negli anni sconfinando nel mostro della depressione e di passi più lunghi della gamba, dal punto di vista imprenditoriale non il linea con il profilo di Agostino.

La Coppa dei campioni è scappata, così come la gioia di vivere. La mattina del 30 maggio, la ferita diventa insanabile. Una pistola, un colpo, una dolorosa uscita di scena. Ancora una finale, ancora una sconfitta. Una storia di sport e di vita cancellata troppo frettolosamente da chi poteva ribaltare il destino di un calcio, oggi, in perenne stato comatoso. “Questo mondo coglione piange il campione quando non serve più”, canta Venditti. Intanto, gli anni passano inesorabili. La sconfitta e l’amarezza rimangono intatti. Il ricordo dei grandi uomini non sbiadisce così come il rimorso di non aver compreso appieno la sofferenza interiore di uomo lasciato solo con sé stesso. Che, oggi, ci guarda nella leggerezza di un’eternità che nessuno potrà mai strappargli.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *