Occhio…alle maglie. 1982: la “maglia-bandiera” della Lazio

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Se dovessimo sintetizzare gli anni ’80 del calcio in Italia utilizzeremmo un solo vocabolo, universale, che riusciva a far convergere in un unico prodotto, la maglia da gioco, qualità mista a leggenda: Enne Erre. Il noto marchio sportivo abruzzese – la cui storia nasce dalle iniziali del nome e del cognome del fondatore Nicola Raccuglia – ha scritto, dal 1972 e con i suoi capi, pagine di storia del calcio e dello sport in Italia. Dalla maglia total green dell’Avellino a quella del Milan neopromosso in Serie A nel 1983 fino alla maglia della Longobarda, la confusionaria ma mitica squadra allenata da Oronzo Canà (Lino Banfi) nel film “L’allenatore nel pallone”.

La Enne Erre e il calcio italiano

Tante le opere d’arte pallonara realizzate dalla Enne Erre: su tutte la maglia del Napoli del 1987/88. Un gioiello di rara bellezza la cui particolarità risiede tutta nella semplicità e nell’azzurro cielo, il tutto impreziosito dallo scudetto tricolore, il primo nella storia partenopea. Tuttavia il brand montesilvanese si era superato solo cinque anni prima con un prodotto destinato a entrare nella leggenda: la maglia della Lazio 1982/1983, sponsorizzata Seleco.

Parola d’ordine: ricostruire

Roma, estate 1982. L’urlo di Tardelli, l’hat-trick di Paolo Rossi al Brasile e il Santiago Bernabeu che si inchina ai campioni del mondo in maglia azzurra: sono queste le istantanee più iconiche che il Mundial ’82 in Spagna si trascina dietro. L’Italia pallonara è sul tetto del mondo. L’entusiasmo è contagioso, immenso così come la voglia di respirare calcio post-mondiale. Nella Capitale, la Roma di Nils Liedholm vuole dare battaglia alla Juventus di Michel Platini per lo scudetto; la Lazio vuole invece riemergere dagli inferi della Serie B.

Il presidente biancoceleste Gian Chiarion Casoni vuole ripartire da zero e mette nel mirino una pronta risalita nella massima serie. Il primo importante cambiamento si ha in panchina: la conduzione tecnica della squadra viene affidata al pisano Roberto Clagluna, già vice di Ilario Castagner nella precedente stagione conclusasi con un anonimo decimo posto. Orfana di Felice Pulici, giunto al tramonto di una pluridecennale e radiosa carriera, la nuova Lazio poggia su tre pilastri imprescindibili: Vincenzo D’Amico e Lionello Manfredonia a centrocampo a supporto di Bruno Giordano in attacco. La politica di restyling del club riparte da ogni settore, anche dalla revisione degli sponsor tecnici.

Storia e modernità

Casoni sottoscrive un accordo con la NR, che va a sostituire gli ottimi prodotti dell’Adidas. L’idea è quella di realizzare una maglia che cerchi di mettere in risalto i tratti storici del club con, in aggiunta, un tocco di modernità. Il risultato finale è strabiliante: realizzata con il celebre tessuto “lanetta”, la maglia della Lazio si divide orizzontalmente in due colori. La parte superiore, bianca e la parte inferiore, celeste,  sono unite tra loro dal simbolo laziale per eccellenza, l’aquila, interamente stilizzata e raffigurata come se fosse in volo.

Perplessità

Inizialmente la maglia non riscuote il successo che merita e che ci si aspetta: gli Eagles Supporters, storico tifo organizzato biancoceleste, accolgono con freddezza il nuovo simbolo identificativo laziale. Secondo i capi ultras della curva nord la divisa da gioco ha ormai perso quel riferimento storico-tradizionale e valoriale di un tempo, imprigionata in freddi schemi commerciali.

Saranno però i risultati conseguiti sul campo dagli uomini di Clagluna a mutare il giudizio sulla maglia da gioco: il campionato di Serie B registra una Lazio pimpante, guidata dal bomber Giordano, che all’avvio si issa nelle primissime posizioni in classifica. L’obiettivo dichiarato è il ritorno in A. La massima serie manca dalla stagione 1979/80 quando lo scandalo totonero mise fuorigioco i biancocelesti e un’altra nobile decaduta, il Milan, entrambe retrocesse per illecito sportivo.

Ribaltone in panchina

Al giro di boa la Lazio è in zona promozione ma, complice un vistoso calo di gioco, i biancocelesti devono guardarsi le spalle: con il Milan ormai saldamente al vertice, Catania, Cremonese, Como e la stessa Lazio si giocano i due posti al sole per la Serie A. La crisi in casa laziale non cenna a placarsi e culmina l’8 maggio 1983 quando Casoni esonera Clagluna sostituendolo con Giancarlo Morrone. Una domenica amara per la sponda biancoceleste della Capitale: se la Lazio vede allontanarsi il sogno Serie A dopo il pareggio dell’Olimpico con la Reggiana, la Roma cuciva a Genova la maglia del suo secondo scudetto.

La svolta e il trionfo

La settimana del sodalizio laziale è bollente e si complica in maniera irreversibile la domenica successiva con il rovinoso scivolone a San Siro con il Milan (1-5 il finale). Il momento è tremendamente complicato ma la delusione lascia subito spazio a indiscrezioni sempre più insistenti che riguardano i vertici societari. Secondo autorevoli fonti, il figliol prodigo Giorgio Chinaglia è pronto a lasciare gli States e a ritornare in Italia, pronto ad acquistare il pacchetto di maggioranza del club. La notizia ha del clamoroso e scatena facili entusiasmi. Il progetto dell’ex ariete laziale è a lungo termine e prevede il ritorno della Lazio ai vertici del calcio italiano e il sogno-scudetto: l’obiettivo concreto è quello di bissare il trionfo del 1974 targato Maestrelli.

Le indiscrezioni sempre più insistenti scaldano la Roma biancoceleste e anche la squadra sembra ottenerne dei benefici. A 4 giornate dalla fine, i biancocelesti battono l’Atalanta all’Olimpico e pareggio al Comunale di Arezzo. Lo scontro decisivo è in programma la domenica seguente: il Catania si presenta nella bolgia dell’Olimpico ma ci sarà poco da fare per gli etnei. Il 5 giugno 1983 un gol su rigore del solito Giordano e un autogol di Mastropasqua spingono la Lazio ad un passo dal ritorno in A. Serve un punto e arriverà la domenica successiva, a Cava de’ Tirreni. Il 2-2 finale fa rima con promozione. La festa però è doppia: Chinaglia ha sciolto ogni riserva ed è pronto a tornare a Roma. Sarà il nuovo numero uno del club.

Maglia che vince non si cambia

Dura lo spazio di due stagioni l’avventura in Serie A della Lazio di Chinaglia presidente. I biancocelesti retrocedono ancora, stavolta sul campo e non tra i banchi del tribunale, nel maggio del 1985. La maglia con l’aquila stilizzata, prima criticata poi tanto amata, viene poi “riesumata” con qualche modifica dal punto vendita di articoli sportivi romano “Tuttosport” un anno dopo. E’ la stagione storica della penalizzazione di 9 punti. Un campionato da lacrime e sangue che vedrà la Lazio di Fascetti salvarsi agli spareggi di Napoli grazie al successo di misura ottenuto con il Campobasso.

Da allora il tifo biancoceleste non ha più avuto modo di ammirare e godere dello splendore stilistico-cromatico della divisa per eccellenza. Dopo 32 anni il marchio bolognese Macron, nel settembre del 2014, ha proposto un’edizione rivisitata della storica divisa la prima maglia annunciando anche il suo impiego nelle gare ufficiali della Lazio per la stagione sportiva 2014/15. Una divisa che rappresenta molto più di un semplice capo in lanetta. E’ la divisa che, più di ogni altra, rappresenta la ”Lazialità”. E’ la “maglia-bandiera“, un capolavoro di passioni e tradizione, di identità e unicità. Una delle maglie più dense di significati che la storia del calcio ricordi.

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Pubblicato da Alessandro Fracassi

Nato in quel di Sassari nel 1992, cresciuto nel segno della leadership, del temperamento e della passione per i tackle del Guv'nor Paul Ince. Aspirante giornalista sportivo, studio giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Calcio e Basket le linee guida dell'amore incondizionato verso lo sport, ossessionato dagli amarcord, dal vintage e dai Guerin Sportivo d'annata, vivo anche di musica rock e dei film di Cronenberg. Citazione preferita: "en mi barrio aprendí a no perder".