Claudio Paul Caniggia è la reincarnazione antropomorfa del futurismo, movimento artistico, letterario e sociale che avvolse di novità l’Europa agli albori del 20° secolo. La corrente, nella sua versione artistica, perseguiva ossessivamente la ricerca del dinamismo, della velocità di esecuzione del movimento: il protagonista dell’opera infatti, non appare mai statico ma in perenne moto perpetuo che cattura lo spettatore e lo avvolge in un continuum di emozioni e flusso.
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Caniggia: arte futurista sui campi di calcio
Caniggia sul campo di calcio è come un leone in fase di caccia: punta la porta come fosse una preda da fare sua. Le scorribande sulle zone laterali del campo si materializzano alla quasi velocità della luce tanto che, leggi della fisica alla mano, sembrano sempre concludersi con una caduta sul terreno di gioco, talmente impetuosa è la corsa dell’argentino. L’abilità del delantero albiceleste è però quella di coniugare un’innata capacità motrice ad un’altrettanta innata capacità di non perdere mai l’equilibrio in fase di corsa. Quel barlume di simmetria che gli consente di confezionare invitanti assitenze sotto porta per i compagni attaccanti o di creare nitide situazioni da rete.
Notiziabilità ridotta, talento immenso
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“El hijo del viento“, “El pájaro” reincarna le opere made byUmberto Boccioni e le ripropone sui campi di calcio di tutto il mondo, brillando di luce propria nella quinquennale parentesi italiana (1988-1993). Scatto bruciante misto a una letale freddezza sotto porta convivono bilanciati nel talento di uno dei calciatori più forti ma sottovalutati del panorama mondiale a cavallo tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Sottovalutato, è bene dirlo, più per demeriti propri (le qualità tecniche non sono certo in discussione) che per altri fattori, comunque decisivi e influenti nella sua quinquennale esperienza italiana.
Chioma da rockstar, sguardo da killer nell’area di rigore, genio e sregolatezza, vive in una condizione di semi-ombra in un campionato, la Serie A, nel quale le sue gesta in quel di Verona prima e soprattutto Bergamo poi, sono poco “notiziabili” se affiancate a una prodezza di Marco Van Basten, un colpo di teatro di Diego ArmandoMaradona o una sassata su calcio piazzato dell’interista Lothar Matthaus.
Caniggia e l’Italia: un sentimento in perenne bilico tra ferite mai rimarginate…
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La storia di Caniggia, nell’eldorado del pallone anni ’80-’90, vive nelle note di due brani che hanno segnato un’epoca: “To be number one“, inno ufficiale di Italia ’90, versione british del più celebre e iconico “Notti Magiche” griffato dal duo Bennato-Nannini. Torino, 24 giugno 1990: la tensione domina il pomeriggio sabaudo. L’equilibrio del big match degli ottavi di finale, tra Brasile e Argentina, regna sovrano: per attendere la qualificata al quarto di finale di Firenze, si dovranno attendere i tempi supplementari. Equilibrio che però abdica, improvvisamente, al minuto ottanta.
Maradona inventa l’autostrada per la gloria, Caniggia imbocca la via tracciata dal Diez e uccide l’undici verdeoro al “Delle Alpi“. La folta chioma da animo rock e la sempre più marcata vocazione da killer instinct di Claudio Paul, nascono a Torino e completano il percorso di crescita a Napoli, il 3 luglio 1990. L’Italia padrona di casa è avanti con il gol della “favola-Schillaci“, l’underdogche sta trascinando gli Azzurri verso la finalissima di Roma. Nessuno ha però fatto i conti con “El pájaro” e il suo rapace istinto. Il dolore più grande alla “sua” Italia lo infligge con una capocciata al minuto 68, nel tempio del Pibe de Oro. Solo un cartellino giallo lo priverà poi della finale mondiale. E chissà quale sarebbe stato l’esito, con Claudio Paul a sfrecciare sulle corsie laterali della retroguardia tedesca.
…e assoli di matrice rock
Marca Claro Argentina
Il secondo brano che descrive fedelmente l’esperienza italiana di Caniggia non può che essere racchiuso nelle note di “Garden of Eden“, singolo di successo dell’album “Use your Illusion I” dei Guns n’ Roses. Non è un mistero nemmeno il fatto che il look (e gli eccessi) della frecciaalbiceleste ricordino molto da vicino quelli di Axl Rose, frontman del gruppo hard rock statunitense. Folta chioma “rubia” (bionda, in spagnolo, ndr) direttamente proporzionale al gusto, sfrenato, per l’imponderabile.
Roma, 10 marzo 1993. Semifinale di Coppa Italia, match di andata all’Olimpico. Il Milan di Fabio Capello, quello degli invincibili, è sotto 1-0. Minuto 90. Con i rossoneri sbilanciati in avanti Caniggia, servito da Thomas Haessler, percorre palla al piede tutto il campo. La corsa verso l’estasi è paragonabile a un assolo di Slash. Un climaxascendente di attesa per quel che sarà negli istanti che separano Caniggia dal duello da cavalleria rusticana con Carlo Cudicini. Il sospiro dei 5omila presenti sembra quasi squarciare l’attesa. Arrivato davanti all’estremo difensore rossonero, è naturale pensare che l’argentino in maglia giallorossa converga sull’esterno, salti il portiere e depositi in rete. Per tutti, non per “Cani“: scavetto mortifero, delizioso tocco sotto che annienta ogni velleità rossonera. Boato e delirio collettivo all’Olimpico. “Questo fuoco sta bruciando ed è fuori controllo. E’ rock n’ roll“. È Caniggia.
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Pubblicato da Alessandro Fracassi
Nato in quel di Sassari nel 1992, cresciuto nel segno della leadership, del temperamento e della passione per i tackle del Guv'nor Paul Ince. Aspirante giornalista sportivo, studio giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Calcio e Basket le linee guida dell'amore incondizionato verso lo sport, ossessionato dagli amarcord, dal vintage e dai Guerin Sportivo d'annata, vivo anche di musica rock e dei film di Cronenberg. Citazione preferita: "en mi barrio aprendí a no perder".
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