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Ode a Diego Armando Maradona (1960-∞)

approfondimento su Maradona
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Life is life. Ce lo ha insegnato proprio lui, El Diez, in quella mite serata bavarese dell’aprile 1989. Una danza in salsa mefistofelica, ipnotica, da pace dei sensi ed estasi collettiva. Movimenti sinuosi, cadenzati dalle onde trasformate in note del celebre brano degli Opus e dal ritmo impresso dal Pibe de Oro, capaci di rapire anche chi, con il calcio, ha sempre avuto poca dimestichezza. Life is life, prendere o lasciare. Quei palleggi, a Monaco di Baviera, non hanno fatto altro che raccontarci metaforicamente la storia di vita di Maradona.

Un’esistenza che si è identificata nel pallone, in costante e precario equilibrio tra il funambolico palleggio e l’oblio del tocco con il terreno di gioco, la quotidianità, la prigione dorata del Más grande. La stessa che scindeva l’uomo in due entità distinte, quasi come fossero due rette parallele che non si sarebbero mai potute incontrare: il ragazzo di Villa Fiorito, folta chioma nera, sacrificio, sudore e Maradona, l’icona sportiva, sociale e commerciale. Non conta però, come recita un famoso striscione, quel che Maradona ha costruito e distrutto nel corso della sua esistenza. Conta solo ciò che lui stesso ha fatto delle nostre di vite. La vita di chi scrive e non lo ha mai vissuto se non attraverso schermi e fiumi di parole. La vita di chi ha avuto il privilegio di cogliere, tra le tribune popolari della Bombonera, del Camp Nou e del San Paolo, espressioni del volto, contrazioni dei muscoli corporei, giocate, luce. Abbagliante. Immensa. Maradona ha modificato, con il suo sconfinato talento e con la sua altrettanto evidente fragilità, la geografia del calcio mondiale. Ha avuto il merito di illuminare con la sua grandezza il Meridione del mondo. E’ stato il primo degli ultimi, il primo a inondare di gaudio segmenti di realtà dimenticati. Muri scrostati, tetti di lamiera, mani unte. Parafrasando Pier Paolo Pasolini, Maradona è stato l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Una clessidra che continua a scorrere inesorabile ma nella quale, ora più che mai, il mondo si è perso. Maradona ha tracciato le nostre storie, a metà tra rito ed evasione. Dai patemi quotidiani, spazzati via da pennellate e dribbling d’autore. Diego ha scandito i tempi della nostra esistenza. Diego Armando Maradona è stato un modo di dire, un metro di giudizio, una giustificazione, un rimedio alle sabbie mobili del vissuto, una declinazione della vita.  E’ stato il modello più riuscito di arte applicata al calcio. Un puzzle di attimi di cui è difficile non ricordarne i dettagli, una continua ricerca di piaceri pallonari raffinati, un dandy alla Oscar Wilde poco incline al candore del gesto.

Maradona è stato la lacrima di un napoletano che ha invaso di azzurro e di tricolore le vie della sua città, i suoi luoghi più nascosti. Maradona è stato un sentimento di rivalsa periferico che mai si era lasciato travolgere dai raggi del sole. Un sole che, fino a quel momento, non aveva avuto il coraggio di illuminare l’inferno terreno e interiore di una città dimenticata, smarrito dall’oscurità del pregiudizio. Il trionfo, la rinascita e l’estasi, sintetizzabile tra i colori della “Creazione di Adamo”. Il costante avvicinamento tra Napoli e il tricolore sta tutto nell’opera di Michelangelo. In quel pomeriggio di lacrime e gaudio, Maradona stava a Dio come Adamo stava allo scudetto. Era il 1987: il punto di contatto risuona forte, ancora oggi, tra le mura di quel tempio laico che una volta si chiamava Stadio San Paolo ma che, a breve, porterà il suo nome, molto vicino all’idea di perfezione divina. Maradona è stato l’essenza del gol, è stato i centesimi di secondo che precedono quella condizione di estasi impareggiabile data dalla marcatura, è stato il rumore della rete che si scuote, l’estensione della mandibola che si appresta a entrare in un vortice di emozioni che nulla ha in comune con la logica. E’ stato l’abbattimento delle leggi della fisica, una collezione di pennellate en plein air da affiancare a quelle dei migliori pittori impressionisti. Maradona è stato ed è il Dio del calcio e vivere senza il nostro Dio, per noi comuni mortali che cerchiamo nelle crepe di cuoio del pallone il riscatto dalla sofferenza, è un rompicapo e un tormento. Lo affermava con convinzione Fedor Dostoevskij, le cui tracce filosofiche lungimiranti oscillano continuamente in un instabile equilibrio tra sacro e profano: “L’uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti ad un idolo”. Per fortuna, non abbiamo dovuto rifiutare nulla: Diego è stato sempre entrambe le cose. Dio però ci ha lasciati, ci ha abbandonati a noi stessi. Continuiamo a fissare un punto, certi di non aver ancora percepito quanto sia accaduto e certi che nessuna parola sarà mai disposta nell’esatto ordine in cui ce la siamo immaginata. Ma di una cosa siamo certi e in questo solo Fabrizio De André ci avrebbe potuto aiutare:

Addio Diego Armando Maradona, con te se ne va la primavera. Con te se ne va per sempre un pezzo di noi.

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Pubblicato da Alessandro Fracassi

Nato in quel di Sassari nel 1992, cresciuto nel segno della leadership, del temperamento e della passione per i tackle del Guv'nor Paul Ince. Aspirante giornalista sportivo, studio giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Calcio e Basket le linee guida dell'amore incondizionato verso lo sport, ossessionato dagli amarcord, dal vintage e dai Guerin Sportivo d'annata, vivo anche di musica rock e dei film di Cronenberg. Citazione preferita: "en mi barrio aprendí a no perder".