Welcome to New York: l’esperienza di Francesco Pinci tra comunicazione, marketing, foto e NBA

francesco pinci

Tempo di lettura: 11 min

Benvenuti in America, New York City. La Grande Mela che ogni giorno offre opportunità a tutti i giovani ragazzi che vogliono coronare i propri sogni, la protagonista di svariate pellicole di Hollywood, la città che ogni persona desidera visitare. Una terra esplorata più volte ma che lascia un segno nell’anima. Oggi L’Occhio Sportivo vi porta là, raccontandovi l’esperienza di Francesco Pinci, collaboratore del nostro giornale, che ha calcato due dei campi più importanti della NBA. Insieme a lui sarete protagonisti di un viaggio introspettivo dove gli obiettivi di un giovane comunicatore si uniscono alle migliori giocate del massimo campionato cestistico.

Francesco Pinci in NBA, come è nata questa avventura?

«Il primo contatto con la pallacanestro è avvenuto a 7 anni quando ho iniziato a praticarla alla Roma Eur fino alla fine del liceo. Con il tempo sono subentrate altre esigenze e ho deciso di dedicarmi all’università con studi legati alla comunicazione e al marketing. Lì ho stretto diverse conoscenze che mi hanno portato a seguire il basket tramite la fotografia.

Il team building è qualcosa che mi ha sempre affascinato perché fai parte di qualcosa e impari allo stesso tempo e proprio il gioco di squadra nella pallacanestro mi ha fatto innamorare di questo sport. Durante le partite volevo apprendere ciò che mi arrivava e raggiungere un obiettivo, nella partita i 2 punti, nella vita quella voglia di “spaccare” e spingere tutti verso il traguardo. Tutto questo mi ha spinto ad andare sempre oltre l’ostacolo e in breve tempo sono passato dallo scattare foto di cerimonie private al Palazzo dello Sport a fotografare le partite della Virtus Roma e a presenziare alle conferenze stampa della AS Roma.

francesco pinci

Ad oggi non mi posso definire un fotografo, questo perché il mio sogno è sempre stato quello di lavorare nel marketing e nel mondo dei media e sono riuscito a coronare questo obiettivo lavorando a New York. Nella quotidianità mi occupo di marketing con focus sulle risorse umane e per questo sono interessato alla fotografia perché è uno dei fattori principali della comunicazione. Utilizzo la fotografia non per uno storytelling ma più per capire le strategie di comunicazione che vanno applicate: non il canestro migliore, ma la logica dietro uno scatto “se pur si può definire semplice”, come i giocatori della stessa squadra comunicano tra di loro, con il loro coach e con gli altri avversari, come si sono mossi individualmente e chi guida la comunicazione e perché».

Un ragazzo che arriva a New York per fare un’esperienza in una delle città più importanti al mondo. Che impressione fa la Grande Mela?

«La grande Mela mi ha sempre affascinato, mi sono sempre sentito parte delle mille culture e delle migliaia di persone che la abitano. Prima di fare un’esperienza lavorativa a New York nel mondo del marketing, l’avevo visitata negli ultimi 6 anni almeno 3 volte, proprio per pianificare poi il periodo del trasferimento. Quello che si vede è che il livello di velocità e di concentrazione che hanno le persone a New York è molto alto, come il sacrificio che fanno per vivere lì. Non è una città facile (è come si dice una giungla), tutto cambia, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo. È una città  – continua Francesco Pinci – che ti assorbe, ti toglie l’energia e te la restituisce nel tempo, solo successivamente capisci realmente il valore e la velocità con la quale si cresce.

Definirei New York una grande startup, molto flessibile e che muta e si adatta in continuazione sbagliando su molti fronti per poi percorrere il cammino che la porta ad essere una città tra le migliori al mondo, sempre in via di perfezionamento. Il mio percorso a New York è iniziato quando ho trovato lavoro in marketing in un’azienda davanti al Madison Square Garden. La possibilità di fare un doppio lavoro è scattata subito dopo grazie a L’Occhio Sportivo e Pianeta Basket che mi hanno sponsorizzato per questa esperienza».

Come erano organizzate le tue giornate a New York? 

«Le mie giornate erano scandite dal lavoro, dalle 9 alle 19. Due/tre volte a settimana, la sera riuscivo ad andare a fare le foto per i New York Knicks e i Brooklyn Nets. In sintesi uscivo di casa la mattina alle 8 e tornavo la sera alle 23 per parecchi giorni consecutivi. Dopo il lavoro entravo subito al Madison Square Garden vestendomi da “fotografo”. Le partite iniziavano alle 20:30 quindi correvo, una volta uscito dal lavoro, per essere almeno lì alle 18:30 /19 e poter fare gli scatti pre partita. Nello stesso periodo, sono riuscito a seguire un corso alla NYU di Sport Marketing che mi ha permesso di conoscere tante persone che poi ho rincontrato al MSG e al Barclays».

Che differenze hai riscontrato nell’organizzazione rispetto all’Italia?

«Le differenze sono tante. In America, con lo sport vivi un’esperienza completamente interattiva, automatica, veloce con i servizi che funzionano realmente. Per loro andare a vedere la partita di basket è come andare a cena fuori: mangiano, bevono e la partita crea intrattenimento. È stato interessante vedere come viene creato l’evento della partita: dal classico pre partita ai primi due quarti, dallo spettacolo dei ballerini al cantante rapper famoso durante l’intervallo. Un elemento molto interessante è l’intervallo lungo che viene usato per promuovere scopi sociali con la presenza dell’esercito, bambini che leggono delle lettere in base alla ricorrenza (es. Festa del Ringraziamento)».

Raccontaci l’aspetto che ti ha intrigato di più

«Il momento più bello per me è stato sempre il pre partita. Io sono sempre stato un fan dello spettacolo, non dei Knicks o dei Nets, quindi alla fine mi è sempre importato poco del risultato, ma era bello sentire un’aria tesa prima della palla a due, avere la possibilità di parlare con qualche giocatore o essere in una situazione dove tutto è ancora da decidere.

Vedere come i giocatori comunicano tra di loro e il rapporto che l’allenatore ha con la squadra è qualcosa che mi affascina. Ho visto come l’allenatore dei Knicks Mike Miller ha guidato la squadra alla vittoria negli ultimi minuti facendo vedere lui stesso i movimenti che i giocatori dovevano fare. Una versione della leadership completamente diversa da quella della nostra cultura dove i leader sono responsabili delle persone che a loro volta sono responsabili dei risultati e quindi c’è un’attenzione maggiore e una grande capacità di condividere le vittorie con i giocatori e prendere tutte le responsabilità in caso di sconfitta. Le persone che lavorano lì sono contente e fiere, senti che amano il proprio lavoro e che c’è una connessione emotiva con quello che fanno.

Tutto questo fa sì che si crei una sinergia fantastica con tutti gli ingranaggi che ruotano attorno alla partita rendendo l’evento molto fluido. In Italia, parlando con persone che lavorano sul campo, si rileva che il lavoro che svolgono li soddisfa pienamente perché è di loro interesse e perché hanno uno stipendio per quello che fanno. Come spettatore questa differenza è ben visibile: da una parte (italiana) c’è un ambiente che funziona perché alle persone che ne fanno parte piace essere lì, mentre dall’altra parte dell’oceano le persone amano essere lì avendo fatto tanti sacrifici che continuano a fare».

Un aspetto molto importante è la soft leadership

«Era la prima volta che ero accreditato come Media presso il Madison Square Garden, la prima partita di NBA a New York. In sala stampa, dopo il primo incontro dei Knicks, ho provato un’emozione unica. Durante l’evento rimasi colpito dal postgame. Un giornalista fece una domanda all’allenatore Mike Miller alla fine del match: “Mike, what was tonight like for you, first game in NBA?” e il coach rispose “Well, it was a lot of fun.”

francesco pinci

La sua spontaneità e umiltà tuonarono come due fulmini davanti ai miei occhi. Era la sua prima volta che allenava una squadra di NBA e i Knicks, come si sa, sono al centro del mondo cestistico statunitense.

La sua sincerità ha influenzato positivamente gli altri, ha dato piena fiducia al team e il tutto era influenzato da un fortissimo spirito di squadra. Mike, essendosi trovato da un momento all’altro coach di New York, è stato l’incarnazione della leadership gentile, una soft leadership con l’obiettivo di cambiare i Knicks in un momento della stagione veramente complesso come riportato da FORBES».

A tal proposito, emerge la figura del leader gentile, ovvero colui che motiva i propri collaboratori, invitandoli a dare il meglio: il capo d’impresa in questione si dimostra un vero e proprio coach, un punto di riferimento per tutti coloro che fanno parte del luogo di lavoro”.

Qual è la grande differenza tra il basket italiano e quello statunitense?

«Riprendendo il concetto Finite game e Infinite game dello scrittore Simon Sinek, è questa secondo me la grande differenza tra il basket italiano e quello statunitense, ma in più in generale tra l’Italia e l’America. Ovvero in Italia si tende a fare tutto come se si trattasse di una partita ufficiale dove si deve arrivare all’obiettivo entro una certa data. In America, invece, il match è in continuo mutamento dove si vince o si perde ma solo temporaneamente. Pensiamo ai Knicks, di quanti anni hanno avuto bisogno per fatturare ed essere uno dei principali brand della NBA?

francesco pinci

In Italia, una schiacciata così sarebbe la copertina di tutti i giornali sportivi, mentre in America questa giocata è solo un granello di sabbia nel loro infinite game. Il vincere una partita non è il goal, il goal è essere affermati ed essere il numero 1, quello che succede in mezzo è solo un qualcosa che cambia e che muta costantemente. Bisogna giocare la partita della vita non con scadenze a 3 mesi ma con scadenze a 10 anni come fanno le grandi aziende, basandosi su concetti cardini come la diversity inclusion, mental health, sostenibilità.

Diversi giocatori NBA si comportano proprio come un’azienda, con un modo etico molto rigoroso. Un esempio è LeBron James, l’atleta più impegnato nel campo sociale e che in diversi anni ha aiutato i giovani a uscire da molti sobborghi della sua città di origine (ad esempio con la creazione della scuola “I Promise School”). Anche Kyrie Irving – conclude Francesco Pinci – che ho potuto fotografare dal vivo, è impegnato su questo fronte e un episodio da citare è la sua donazione a sostegno delle giocatrici che, per motivi legati al coronavirus o alla giustizia sociale, hanno deciso di non scendere in campo».

Tutte le foto sono di proprietà di Francesco Pinci. È vietata la redistribuzione e la pubblicazione dei contenuti e immagini non autorizzata espressamente dall´autore.

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Pubblicato da Sergio Pannocchia

Laureato in "Media, Comunicazione Digitale e Giornalismo" alla Sapienza, è giornalista pubblicista dal 2018. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche nel corso degli anni e fatto esperienza come ufficio stampa nell'Uisp Nazionale. Da sempre è innamorato dello sport, in particolare della NBA con cui ha un rapporto speciale dal 14 giugno 1998.