Essere John Barnes: quando un mancino incanta Anfield Road

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Istituita il 13 agosto 1992, la Giornata internazionale dei mancini persegue un obiettivo specifico: diffondere su scala mondiale la conoscenza del “mancinismo” (arte transitoria meno diffusa tra la popolazione) e rendere pubbliche le sue implicazioni – tra vantaggi e intoppi di varia natura – legate alla vita quotidiana. Stabilita ufficialmente dal club Lefthanders International, la giornata internazionale dei mancini ci ricorda, con cadenza annuale, come interpreti e talenti “sinistri” (concezione positiva e apolitica del termine, of course) abbiano rimodellato la storia dell’umanità.

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Jimi Hendrix.com

Qualità…”sinistra”

Personalità dotate di spiccata creatività forgiata a un’abilità intellettiva fuori dal comune: ecco le caratteristiche peculiari del mancinismo. Da Jimi Hendrix e il paradisiaco assolo con la sua “All along the Watchtower” il 7 aprile 1970 ad Atlanta fino Charlie Chaplin e il suo alter ego Charlot tra i cineasti più influenti del XX secolo passando poi per Vincent Van Gogh, padre artistico e spirituale del Post-impressionismo. Anche il calcio annovera tra le proprie fila interpreti di indiscussa fama. Sarebbe però esercizio di semplicità disarmante citare le pennellate di sua maestà Diego Armando Maradona, le fiondate dalle traiettorie contro le leggi della fisica di Roberto Carlos o le serpentine da psicodramma (per le difese avversarie) di Lionel Messi. Stimolante e intrigante è invece ricercare, nella memoria storica del football internazionale, mancini naturali di origine certificata. E una ricerca di successo non può che avvenire nella culla del calcio, l’Inghilterra. L’Occhio Sportivo vi accompagna in Terra d’Albione, a Liverpool. John Barnes ci aspetta.

Innamorarsi di John Barnes

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17 ottobre 1987. Anfield Road. I Reds di Kenny Dalglish sono avanti 2-0 sul Queens Park Rangers. I due punti e la vetta della classifica sono ormai i titoli del pomeriggio quando una luce abbagliante illumina il luogo di culto reds. Sono le 16.35: Liverpool si infatua perdutamente di un giamaicano, poi naturalizzato inglese ma con le movenze da brasiliano: il suo nome è John Barnes. Nulla sarà più come prima. Barnes per Liverpool è come un brivido lungo la schiena. Un colpo di fulmine. Uno sguardo di intesa. Una carezza. Un sussulto.

Numero 10 sulle spalle, ala sinistra vecchio stampo, consuma l’out mancino nella stessa misura in cui i tifosi del Liverpool gustano le golden ales nei pub di Anfield. Uno stato di estasi collettiva a elevata gradazione alcolica racchiuso nelle note di “Seven Wonders” dei Fleetwood Mac. Ne servono solo due di meraviglie per esaltare i tifosi della Kop che ammirano ammaliati le prodezze del colored britannico. Il primo sigillo arriva dopo uno scambio con John Aldridge: preparazione con il mancino e chiusura del triangolo con il destro: rete. Seconda perla di rara qualità: recupero a centrocampo con il sinistro, slalom sui malcapitati centrali Rangers e sfera sul secondo palo alle spalle di un portiere di ottime speranze, David Seaman all’anagrafe. 4-0 lo score finale. Barnes e il Liverpool. Amore reale e tangibile: quello che guarda nella stessa direzione. Quello che crede all’impossibile.

L’Italia ammira Sir. John: un colpo di fulmine a 16:9

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Curiosando negli anni 60 70 80 90 Altervista

Sabato pomeriggio. Finestre socchiuse, nube di fumo della pipa che domina il salotto. Silenzio surreale. Volume del Telefunken altissimo sintonizzato su Tele Capodistria. Se c’è un sabato pomeriggio tipo di salsa marcatamente italiana del 1987, non può che essere quello appena descritto. Padri e primogeniti incollati davanti agli schermi a gustare valanghe di Raider (la barretta di cioccolato antenata del Twix), spazzate via in un amen e accompagnate dalle inconfondibili lattine verdi della 7up. Le giocate di John Barnes chiudono poi il cerchio. Nemmeno le telefonate dei coetanei distolgono l’attenzione di una cospicua fetta di adolescenti Barnes-dipendenti: il fascino di Anfield e dell’esterno reds sono una tentazione esageratamente forte per i giovani italiani, figli dell’edonismo degli anni ’80. Eppure, l’Italia, si innamora di Barnes qualche anno prima delle prodezze di Anfield.

I primi approcci del Belpaese con l’esterno mancino sono datati 1982. Gli schermi di una giovane rete generalista privata, Canale 5, e la trasmissione “Goal” del giornalista Cesare Cadeo ed Enzo Bearzot raccontano gli accadimenti del Watford in First Division. Le prodezze di Barnes non passano inosservate agli appassionati italiani ma nemmeno ad Alex Ferguson, manager del Manchester United. Il passaggio da Vicarage Road a Old Trafford nel 1986 sembra cosa fatta per Barnes quando Sir. Alex ritorna sui suoi passi, confermando nella rosa dei Red Devils il nazionale danese Jesper Olsen. Ebbene sì, anche i più grandi possono commettere macroscopici errori di valutazione. 65 reti in 233 gare disputate con la maglia giallonera degli Hornets sono invece argomenti più che sufficienti per convincere Kenny Dalglish: il 9 giugno 1987 Barnes è reds. Barnes è del Liverpool.

Grandezza sul campo, grandezza umana

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The Guardian

José Altafini, voce narrante degli accadimenti del mondo pallonaro europeo per Tele Capodistria,  di calcio se ne intende di sicuro considerati i suoi trascorsi e ammira le qualità tecniche di Barnes tanto da descriverlo come meglio non potrebbe: “Amisci ascoltatori, Barnes è banca! Quando sei in difficoltà tu dai la palla a lui e non ci sono problemi. È come mettere il pallone in banca“.

Solo la tragedia dell’Heysel e il Brexit calcistico delle inglesi anni ’80 dall’Europa lo hanno privato di trionfi continentali che avrebbe certamente marchiato con le sue proverbiali giocate e la sua inconfondibile firma. Una grandezza certificata anche da chi, di Liverpool e trionfi, si intende.
Phil Thompson, perno storico della retroguardia Reds a cavallo tra gli anni ’70 e’ 80, lo affianca a Steven Gerrard e Kenny Dalglish: sono loro i più grandi ad aver indossato i colori del Liverbird. Un’investitura di rilievo per un giocatore d’altri tempi, vittima di sconcertanti ondate razziste nei campi delle province inglesi. Come nel Merseyside Derby del 20 marzo 1988. Il fenomeno hooligan è in fase calante, nonostante qualche residuo sia ancora difficile da estirpare. La tifoseria dei Toffees apostrofa Barnes con i peggiori epiteti fino al lancio di una banana che sfiora le caviglie del giocatore. La risposta del dieci reds è classe unita a buon senso: indifferenza. Totale. Questo era John Barnes: colmare con distacco i vuoti culturali altrui attraverso gol e giocate d’autore. Resistere, insistere e lottare per un sentimento di profondo orgoglio a strisce giamaicane. Ammutolire con la stoffa del fuoriclasse ignoranze troppo spesso dilaganti.

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Pubblicato da Alessandro Fracassi

Nato in quel di Sassari nel 1992, cresciuto nel segno della leadership, del temperamento e della passione per i tackle del Guv'nor Paul Ince. Aspirante giornalista sportivo, studio giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Calcio e Basket le linee guida dell'amore incondizionato verso lo sport, ossessionato dagli amarcord, dal vintage e dai Guerin Sportivo d'annata, vivo anche di musica rock e dei film di Cronenberg. Citazione preferita: "en mi barrio aprendí a no perder".