Roma-Inter, Coppa Uefa 1991: quando la Serie A dominava l’Europa

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Notte di sogni, di coppe, di campioni. Roma-Inter, posticipo della 14° giornata di Serie A, vive di sfide scolpite nella memoria del calcio nostrano. In particolare, fu una notte di maggio del 1991 a proclamare il calcio italiano come padrone assoluto della scena continentale. L’Italia pallonara era al centro dell’universo calcistico mondiale, ancora una volta. Una superiorità netta, manifestatasi anche in situazione avverse e di difficoltà estrema. Roma e Inter erano pronte a darsi battaglia in finale di Coppa Uefa.

Uno scontro fratricida, all’ultimo sangue. Le contendenti si temevano, si guardavano negli occhi. Cercavano di imboccare, nelle espressioni e nelle imperfezioni altrui, la via del successo. La via della Coppa. Quella che luccicava, in bella mostra, in tribuna Monte Mario. Una notte da eroi, una notte da Roma-Inter: a kind of magic.

Destini tedeschi incrociati: Rudi Voeller

L’incrocio Roma-Milano fu sfida totale. Un dualismo all’insegna della Germania. Le fortune delle due compagini infatti, furono inevitabilmente legate ad alcuni dei fuoriclasse teutonici che, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, trascinarono giallorossi e nerazzurri in Italia e in Europa. I sogni di gloria capitolini rispondevano al nome di Rudolf Voeller. Rudi, per antonomasia. Prototipo del centravanti moderno ed eccelso nelle due fasi di gioco, il “tedesco volante” sbarcò all’ombra del Colosseo nell’estate del 1987.

Segni particolari? È originario di Hanau, la città che diede i natali anche ai fratelli Grimm. L’anello di congiunzione tra i due poli, calcio e letteratura, non poteva che essere la favola. In un contesto passionale come quello giallorosso, Rudi nutriva di sogni la Capitale. Chioma bionda al vento ed eredità di baffo strappata a bomber Pruzzo, Voeller voleva restituire a Roma quanto perso 7 anni prima. Uno sconforto e un rimpianto lungo 11 metri. Quel maggio 1984 mai dimenticato. Mal digerito. Dopo il trionfo in Coppa Italia nel ’91 con la Sampdoria neo scudettata, i giallorossi riscattarono l’anonimato della stagione 1990/91 in Serie A. Come? Con una cavalcata trionfale in Coppa Uefa. Al cardiopalma, per chi sogna notti da brivido. Con Rudi sugli scudi.

Roma-Inter nel segno del blocco teutonico nerazzurro

Urla disumane e fischi per richiamare l’attenzione. Giovanni Trapattoni li bacchettava. Poche carote, un’infinità di bastoni. Pretendeva il massimo da quel trio tutto potenza e carattere: Andreas Brehme, Lothar Matthaeus e Jurgen Klinsmann rappresentavano l’anima e l’ardore nerazzurro nei momenti topici della stagione. L’Inter dei tedeschi entrò nella storia per aver strappato lo scudetto dalle maglie dei dirimpettai rossoneri.  Era il 1989. Sacchi e il trio olandese dovettero far posto ad Andreas Brehme, terzino sinistro di qualità e quantità e Lothar Matthaeus. Se il manto di San Siro si presentava in condizioni lontanissime dal modello di prato inglese, la colpa fu tutta attribuibile al 10 nerazzurro. Trascinava dietro di sé avversari e zolle.

Classe e potenza che regnavano, incontrastate, sui cieli meneghini. Alle quali si aggiunse l’opportunismo di Jurgen Klinsmann. Killer d’area di rigore, il biondo puntero nerazzurro graffiava con cadenza regolare nelle notti europee. Ma non solo: l’Inter annoverava tra le sue fila giocatori del calibro di Walter Zenga tra i pali e l’esperienza di Beppe Bergomi e Riccardo Ferri in difesa. Alessandro Bianchi sulla fascia destra, Nicola Berti in zona centrale e il killer instinct di Aldo Serena davanti, completavano una rosa di primissimo livello.

Roma-Inter:  finale fratricida all’insegna del “Miracle”

“È un miracolo ciò di cui abbiamo bisogno. Il miracolo, il miracolo che tutti aspettiamo oggi”. Il testo è dei Queen, la voce è quella di Freddie Mercury, il brano è “The Miracle”. Nella settimana che ci porterà all’uscita del film “Bohemian Rhapsody“, vivacchiano nitidi i miracoli sportivi di Roma e Inter. Due compagini nate con la sofferenza nel dna e legate tra loro da un destino di notti magiche, uniche. Roma-Broendby da una parte, Inter-Aston Villa dall’altra. Nell’edizione della Uefa 1990/1991, i giallorossi scacciarono i fantasmi del baratro nella semifinale di ritorno all’Olimpico, dopo il pari a reti bianche in Danimarca. La zampata di Voeller, nel 2-1 finale, estromise i danesi dai giochi. Era la Roma di Ottavio Bianchi, una squadra che univa a un’affidabile gioventù – Ruggero Rizzitelli e Roberto Muzzi su tutti – l’esperienza di Sebino Nela e Bruno Conti, quest’ultimo alla stagione di congedo dal calcio giocato.

I nerazzurri, al contrario, videro i sorci verdi già agli albori della competizione. Ai sedicesimi di finale, l’Aston Villa di David Platt surclassò i nerazzurri con un netto 2-0 nel match di andata a Birmingham. Lo stesso David  (che sbarcherà in Italia l’estate successiva, a Bari) e Kent Nielsen misero knock out la Beneamata. Serviva l’impresa a San Siro e apoteosi fu. Klinsmann vide la luce in fondo al tunnel dell’eliminazione europea con l’1-0 in scivolata al tramonto del primo tempo. La speranza divenne concreta con un colpo di testa di Nicola Berti, autentico leader in campo e anima di quella corazzata. La certezza di un posto tra le grandi d’Europa fu opera di Alessandro Bianchi. L’ala destra nerazzurra insaccò di destro, al volo, un suggerimento chirurgico di Fausto Pizzi. Villans in ginocchio, Inter in paradiso. La strada per il mito era ormai stata scritta.

Il cammino verso la doppia finale tricolore

La strada che portò Roma e Inter a giocarsi la finale in uno scontro fratricida fu un’autentica marcia trionfale. Eliminato, come raccontato, il Broendby in semifinale, i giallorossi ebbero la meglio sul Benfica al primo turno con un doppio 1-0. Elimnati gli spagnoli del Valencia ai sedicesimi (1-1 al Mestalla, 2-1 all’Olimpico), la Roma annichilì agli ottavi il Bordeaux degli enfant prodige Bixente Lizarazu, Didier Deschamps e Christophe Dugarry (7-0 il totale tra le due sfide). Ai quarti di finale, con i belgi dell’Anderlecht, fu trionfo: 3-0 a Roma, 3-2 al Constant Vanden Stock.

La campagna nerazzurra fu più complicata già nel primo turno, quando Matthaus e compagni dovettero sudare e non poco per avere la meglio sul Rapid Vienna. Sconfitta 2-1 in Austria, l’Inter riuscì a staccare il pass per i sedicesimi con un 3-1 sofferto. Il gol-qualificazione fu siglato da Klinsmann ai supplementari, sul campo neutro di Verona. Archiviata l’impresa con l’Aston Villa, i nerazzurri costruirono il cammino verso la doppia finale vincendo tutte le partite a San Siro e contenendo la furia avversaria in trasferta. Accadde con il Partizan Belgrado (3-0 a Milano, 1-1 nell’allora ex Jugoslavia), con l’Atalanta in uno scontro tutto tricolore (0-0 all’Atleti azzurri d’Italia, 2-0 a San Siro) e con lo Sporting Lisbona (pari a reti bianche in Portogallo, sigillo per 2-0 a Milano) assicurandosi la finale.

Ultimo atto: la sfida di andata a San Siro

Milano, 8 maggio 1991. Clima bollente, ambiente teso. Coppa Uefa in palio. L’Inter arrivò all’appuntamento più importante della sua stagione dopo aver tentato, invano, di riaprire il discorso scudetto. Solo 3 giorni prima, l’undici di Trapattoni non poté nulla contro la saracinesca Gianluca Pagliuca e la Sampdoria. Se i blucerchiati si avviavano verso il loro primo scudetto, i nerazzurri poterono salvare la loro stagione proprio con l’alloro europeo. La finale d’andata contro la Roma fu bloccata. Le due squadre si temevano, motivo per il quale il match visse di fiammate improvvise ma inconcludenti.

La svolta si concretizzò al 10’ del secondo tempo quando Nicola Berti anticipò dentro l’area Antonio Comi, che lo atterrò. Rigore. Ancora una volta, fu una massima punizione a designare i destini interisti, sotto pressione psicologica. I nerazzurri, infatti, sbagliarono proprio contro la Samp con Matthaeus un rigore che avrebbe potuto riaprire i giochi scudetto. La personalità dei nerazzurri e di Lothar non furono però mai in discussione: lo stesso panzer tedesco non si fece intimorire dai precedenti dal dischetto e diede prova di enorme forza mentale. Una botta tremenda sotto l’incrocio dei pali assicurò il vantaggio ai nerazzurri che raddoppiarono poco dopo. Klinsmann fece il bello e cattivo tempo sull’out mancino servendo Berti che, in anticipo su Cervone, mise in porta la rete della sicurezza. I timidi tentativi romanisti si conclusero con un nulla di fatto. Roma tramortita ma non arresa: ai posteri del retour match all’Olimpico l’ardua sentenza.

L’apoteosi continentale meneghina

Roma, Stadio Olimpico. 22 maggio 1991. La Capitale ci crede: quella giallorossa, of course. La curva sud era uno spettacolo per gli occhi: un mix di luci, suoni, colori che testimoniavano la simbiosi perfetta tra pubblico e squadra. Roma quella sera si fece bella, indossò l’abito delle grandi occasioni con la speranza di invertire il trend negativo delle finali europee in casa.

L’undici di Bianchi aggredì l’Inter, caricando a testa bassa. I nerazzurri controbattevano chiudendo ogni spazio, complice la serata magica di Riccardo Ferri che tolse palla e ossigeno a Voeller. Il fortino nerazzurro capitolò solo a 9′ dal termine quando Rizzitelli, con una giocata d’autore, dribblò Antonio Paganin e con un diagonale chirurgico batté Zenga. Roma galvanizzata e Inter in affanno. Fu assedio alla porta meneghina ma le speranze giallorosse piombarono nel silenzio assordante dei tre fischi del direttore di gara Quiniou. I bracieri ardenti dell’Olimpico, parafrasando Franco Battiato, si assopirono al pari dei decibel del tifo giallorosso. Bergomi alzò la Coppa Uefa nel cielo della Capitale, sotto gli occhi di un adolescente raccattapalle. Biondo, occhi azzurri, mingherlino. Sarà lui, anni dopo, a restituire il sorriso alla Roma. Il suo nome era Francesco.

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Pubblicato da Alessandro Fracassi

Nato in quel di Sassari nel 1992, cresciuto nel segno della leadership, del temperamento e della passione per i tackle del Guv'nor Paul Ince. Aspirante giornalista sportivo, studio giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Calcio e Basket le linee guida dell'amore incondizionato verso lo sport, ossessionato dagli amarcord, dal vintage e dai Guerin Sportivo d'annata, vivo anche di musica rock e dei film di Cronenberg. Citazione preferita: "en mi barrio aprendí a no perder".