I bomber dimenticati degli anni ’90: Ulf Kirsten e Les Ferdinand

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Il videoregistratore è pronto a ripartire, ancora una volta. Vanno rispolverati nuovi ricordi e nuove memorie. Gli attaccanti europei meno “notiziabili” degli anni ’90 si fanno largo, come nelle difese avversarie: il secondo appuntamento di “Heroes” si sdoppia. In un viaggio tra Germania e Inghilterra. Tra le bocche da fuoco Ulf Kirsten e Les Ferdinand.

Der Schwatte Kirsten, “lo scuro” dell’area di rigore

La porta avversaria, nient’altro che la porta avversaria. Un pensiero fisso, nessuna mezza misura: l’attaccante vive per gonfiare le reti avversarie. Spazzare via ogni proposito di grandeur altrui con il gol, con il giusto guizzo in area di rigore. Ulf Kirsten, in Bundesliga, applicava alla lettera il concetto di “freddezza sotto porta”. Sguardo fiero, duro, accompagnato da tratti somatici che gli valsero il celebre soprannome di “der Schwatte”, lo scuro.

Una capacità realizzativa, quella del centravanti di Riesa, da far invidia ai ben più conclamati Jurgen Klinsmann, Fritz Walter e Rudi Voeller. Un appuntamento domenicale fisso, una sentenza, fin dai tempi della Dinamo Dresda. Con i gialloneri, Ulf debuttò nella DDR-Oberliga nel 1983 (il campionato della Germania Est) a soli 19 anni, lasciando presagire un futuro roseo. 157 gettoni nel torneo dell’allora repubblica democratica teutonica, conditi da 57 reti. Sotto gli occhi del suo mentore, l’allenatore Eduard Geyer, Kirsten fu decisivo nella vittoria dei due titoli che la Dresda vinse nel 1989 e 1990, interrompendo l’egemonia decennale della Dinamo Berlino.

L’Italia chiama, Kirsten non risponde

La grande occasione per il panzer tedesco si presentò nell’estate 1990. In una Germania che si avviava all’unificazione nazionale e che, oltre alla caduta del muro di Berlino, abbatteva pregiudizi politico-sociali e paure in larga scala, anche l’ecosistema pallonaro teutonico seguì lo stesso percorso di rinnovamento. Il Belpaese e la Serie A gli misero gli occhi addosso. L’approdo in Italia fu l’inevitabile destino di un attaccante forte fisicamente, con un innato fiuto per il gol. Abile nei movimenti a eludere le strette marcature avversarie e chirurgico nel gioco aereo. Sulla scheda tecnica del giocatore, campeggiava la firma di Carmine Longoallora direttore sportivo del Cagliari neopromosso in Serie A. Il ds isolano, in seguito a diversi blitz a Dresda per visionare il giocatore, consegnò nelle mani del patron cagliaritano, Antonio Orrù, un accurato dossier sul giocatore.

Gli ultimi dubbi sull’investimento vennero sciolti. La Dinamo Dresda, con le spalle al muro e consapevole di non poter competere contro l’appeal di una Serie A all’apice della sua storia, cedette alle lusinghe tricolori e alla volontà del Cagliari di portare il giocatore in Sardegna. Kirsten firmò con gli isolani un precontratto: una sorta di stretta di mano informale che, di fatto, concluse l’operazione, consegnando all’allenatore rossoblù Claudio Ranieri un attaccante di peso nel pacchetto offensivo. Il colpo di teatro non tardò però a consumarsi, nello stupore generale degli addetti ai lavori: il Bayer Leverkusen, su esplicita richiesta del tecnico Jurgen Gelsdorf, soffiò il giocatore al Cagliari alla vigilia dell’inizio del Mondiale di Italia ’90. Per una cifra vicina agli attuali 2 milioni di euro, Kirsten prese clamorosamente la via della Renania Settentrionale salutando l’Italia che mai conobbe, se non per effimeri svaghi e gite estive.

Aspirine…per gli avversari

“Leggere il foglietto illustrativo, onde avere effetti indesiderati”. L’avvertimento dei bugiardini della Bayer era chiaro. Eppure, ogni domenica a Leverkusen, le avversarie del Bayer snobbavano le raccomandazioni. Le “Aspirine” rossonere e la punta di diamante del reparto, Ulf Kirsten, accentuavano i malesseri dei malcapitati avversari di turno: un bomber da 181 reti in 350 presenze tra il 1990 e il 2003 che, con il suo innato istinto per il gol, provocava visioni distorte negli avversari tra sorci verdi e mal di testa improvvisi.

Rapace dell’area di rigore, Kirsten coniugava forza fisica e notevole capacità nel gioco aereo, nonostante la voce centimetri recitasse un eloquente 175. La freddezza e la capacità dell’attaccante di convertire in gol ogni assistenza dei compagni, la ricordano bene in Baviera, al Bayern Monaco. Un indizio? 30 novembre 1997: l’undici bavarese conduceva 2-0 alla Bay-Arena (allora “Ulrich-Haberland-Stadion“). Ulf si caricò la squadra sulle spalle: serviva la vittoria. Morale della favola? 4-2 Leverkusen con hat-trick di Ulf. L’effetto collaterale, per Oliver Kahn e compagni, fece il suo deleterio effetto.

Les Ferdinand: pane e…calcio

Se Kirsten, in Germania, non ebbe alcun legame di sangue calcistico con gli attaccanti teutonici più celebri del panorama europeo, al contrario i geni, in Inghilterra, non mentono mai. Soprattutto se, a Londra, ti chiami Ferdinand. Les, diminutivo di Leslie e cugino del più giovane Rio che si toglierà qualche soddisfazione in carriera, nacque in un contesto familiare nel quale la passione per il calcio sovrastava le difficoltà economiche. Nonostante tutto, il talento del ragazzo era indubbio fin dagli albori di una carriera destinata a sbocciare. Abbinava qualità tecniche eccelse a un’agilità nei movimenti, unita alla forza fisica, che non passò inosservata al manager dei Queen’s Park Rangers, Jim Smith. Era l’estate del 1986. A Loftus Road, Les non venne mai impiegato in prima squadra ma deliziava gli addetti ai lavori con l’academy degli Hoops.

Bosforo calling

Dopo un prestito al Brentford, in third division, la svolta della carriera di Les arrivò nella torrida estate del 1988. L’allenatore del Besiktas, Gordon Milne, credette nelle potenzialità del giovane Ferdinand affidandogli le chiavi dell’attacco. A Istanbul, ebbe la possibilità di misurarsi in un contesto calcistico e culturale con notevoli differenze rispetto alla terra d’Albione. Consapevole dell’opportunità di crescita professionale ma anche e soprattutto personale, Ferdinand non accusò eccessive nostalgie britanniche. Mise a segno 14 prodezze in 24 incontri disputati che non valsero alle aquile nere il titolo turco, conquistato dal Fenerbahce ma non si congedò da Istanbul a mani vuote: il successo in Coppa di Turchia nella doppia finale con il Fenerbahce fu il primo titolo della sua carriera al quale seguirà, 10 stagioni dopo, la League Cup con il Tottenham. Unici due acuti di una carriera all’insegna del gol ma scarna di titoli in bacheca.

Sgomitare tra i titani: Ferdinand in Premier League

Le prestazioni di livello gli valsero il ritorno a Londra. Il QPR gli garantì continuità di rendimento e Ferdinand non deluse le attese. Tra il 1989 e il 1995, Ferdinand mise a segno 80 reti in 163 presenze. Tra le prodezze, indimenticabile fu il coast-to-coast a Loftus Road contro lo Sheffield United, nell’agosto del 1992. Partendo da metà campo, Les saltò come birilli i malcapitati centrocampisti prima e difensori poi dei Blades per poi trafiggere, inesorabilmente, un incolpevole Alan Kelly jr. Nelle stagioni d’oro a Loftus Road, Ferdinand si fece notare soprattutto per il suo carisma, abbinato a un’innata capacità di caricarsi sulle spalle il peso della squadra e condurla al successo. Farsi notare in una Premier League nella quale le copertine dei tabloid erano interamente dedicate ad autentici mostri sacri quali Alan Shearer ed Eric Cantona, passando per Matthew Le Tissier e Ian Wright, non fu certamente compito elementare.

Next stop: Newcastle e il sogno Premier

L’exploit di marcature personali, 24, nella stagione 1994/1995 gli valsero inevitabilmente l’immagine di uomo-mercato per la sessione estiva. Le voci abbondarono: dal Real Madrid al Bayern Monaco, passando per Arsenal e Liverpool. A spuntarla fu il Newcastle United che, per una cifra vicina agli 11 milioni di sterline, riuscì a portare il giocatore a Saint James’ Park. Sotto la guida tecnica di chi, di gol, se ne intendeva eccome – tale Kevin Keegan da Armthorpe – i Magpies misero il turbo in Premier League, arrivando a scavare un solco con le inseguitrici. Nel febbraio del 1996, furono addirittura 12 i punti di vantaggio sul Manchester United di Sir Alex Ferguson. La stagione procedeva spedita: Les puniva ripetutamente e senza pietà le malcapitate difese avversarie, avvicinando a piccoli passi i bianconeri verso il sogno Premier. Una maledizione, quella dei Magpies, da interrompere dopo 69 anni di attese e speranze perdute.

Just an illusion

La chimica di spogliatoio però si ruppe la sera del 4 marzo 1996 quando, nel Monday night, i bad boys dello United di Ferguson si presentarono a Newcastle, da secondi in classifica, con l’obiettivo di riaprire un campionato che viaggiava spedito sul Tyne. Ferdinand quella sera accusò la pressione del big-match con un’insolita imprecisione sotto porta, alla quale si aggiunse la serata negativa di David Ginola. Lo United mise in campo tutta l’esperienza della grande squadra ed espugnò Saint James’ Park con un gol di Cantona a inizio ripresa. I Magpies erano sulle ginocchia.

Nelle settimane che seguirono, intrise di polemiche, dopo una netta sconfitta ad Highbury con l’Arsenal, i sogni di gloria bianconeri sfumarono definitivamente con il Liverpool ad Anfield Road. Les mise a segno il gol del momentaneo 1-1, rispondendo al vantaggio reds di Robbie Fowler. I bianconeri misero in campo tutto il loro carattere, portandosi avanti 3-2. Gli ultimi 20’ di gioco furono un incubo con nome e cognome. Stan Collymore prima mise a segno il 3-3 al 68’ per poi, al 90’, scalfire ogni speranza bianconera. Ferdinand chiuse la stagione con un bottino di 25 reti segnate, dietro alle 28 marcature di Fowler e alle 31 di Shearer.

Il declino di Ferdinand

La stagione 1996/97 fu l’inizio di un periodo complicato per Les. I Magpies prelevarono dai Blackburn Rovers la stella del calcio inglese, Alan Shearer. Nonostante gli spazi nell’undici titolare si ridussero al lumicino, Ferdinand concluse l’annata con un bottino di 16 reti in Premier. Nel 1997, il Tottenham intuì i malumori di Les con la dirigenza bianconera e raggiunse un accordo con l’attaccante. L’avventura di Ferdinand a White Hart Lane fu però sfortunata. Una serie di infortuni lo estromisero dal campo, facendogli accumulare più presenze in infermeria. Chiuse la carriera tra Leicester e Watford, senza però perdere l’abitudine: quella per il gol.

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Pubblicato da Alessandro Fracassi

Nato in quel di Sassari nel 1992, cresciuto nel segno della leadership, del temperamento e della passione per i tackle del Guv'nor Paul Ince. Aspirante giornalista sportivo, studio giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Calcio e Basket le linee guida dell'amore incondizionato verso lo sport, ossessionato dagli amarcord, dal vintage e dai Guerin Sportivo d'annata, vivo anche di musica rock e dei film di Cronenberg. Citazione preferita: "en mi barrio aprendí a no perder".