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Certi avvenimenti sono difficili da spiegare. Un esempio? Quello che è successo la notte del 31 ottobre a Derrick Rose. Determinate cose che ci accadono o ci toccano personalmente cerchiamo di identificarle con il destino. Ma cos’è il destino?
“Quello che chiamiamo il nostro destino è in realtà il nostro carattere, e il carattere si può cambiare.”
Questa la semplice spiegazione della scrittrice americana Anaïs Nin. Il carattere delinea la nostra personalità e mostra agli altri che persona siamo. Ci sono momenti, però, in cui il nostro carattere deve affrontare sfide difficili e fronteggiare vette altissime, quasi insormontabili. Riportiamo ora indietro le lancette dell’orologio. Esattamente al 28 aprile del 2012 dove a Chicago un giovane Derrick Rose stava per iniziare la sfida più grande della sua carriera. Il più giovane MVP della storia iniziò quella sera il suo duello personale con gli infortuni, precisamente con le sue ginocchia.
Derrick Rose e il percorso di riabilitazione
Una lotta sanguinosa e dura, difficile da immaginare. Di fronte la rottura del legamento crociato anteriore sinistro e successivamente una lesione al menisco mediale del ginocchio destro. Ma il tempo scorre e i giornali e internet non perdonano. Da uno dei migliori giocatori della lega, Derrick Rose si trasforma nel classico giocattolo vecchio e usurato che è costretto ad andare in pensione anticipatamente per far spazio a nuovi giochi. Se per l’opinione pubblica le sempre meno frequenti apparizioni di D-Rose lo allontanano dai riflettori e delineano l’immagine di un giocatore in caduta libera, dal punto di vista emotivo la lotta che deve sostenere il nativo di Chicago è durissima. A rubargli la scena sono i nuovi arrivati Westbrook e Curry, giocatori diversi da Derrick Rose ma che fanno finire nel dimenticatoio l’ex play dei Bulls. Cambia anche il ruolo: da giocatore franchigia ad atleta che necessita di riposo e minori minuti in campo.
La lotta solitaria
A Chicago incomincia a mancare l’affetto della sua città, dei suoi sostenitori e del team. La dirigenza dei Bulls decide di chiudere i rapporti con il giocatore e lo spedisce a New York. Inizia la sua nuova carriera ma continua allo stesso tempo la lotta con il suo fisico. È un Derrick Rose diverso da quello che eravamo abituati a vedere: meno dinamico, meno penetratore, più riflessivo ma soprattutto meno leader. Se a Chicago D-Rose era una miccia che si accendeva in determinati momenti del match uscendo come un leader nato, nella Grande Mela e nelle successive esperienze (Cleveland e T-Wolves) era diventato, partita dopo partita, la seconda, se non la terza, opzione offensiva della squadra. Nella stagione scorsa scelse di affiancare LeBron James a Cleveland sperando di aver qualche possibilità di arrivare a quella Finale NBA che mai era arrivata con la casacca dei Bulls. Poi un ulteriore problema, questa volta alla caviglia. La mente fa fatica a ragionare da sola e allora Rose si prende il tempo che gli serve per valutare con la famiglia un suo eventuale ritiro dalla palla a spicchi.
La serata romantica
L’amore per la pallacanestro però è troppo grande. Derrick Rose ritorna in campo e dopo esser stato tagliato dai Jazz, decide di firmare con i Minnesota.
Decide di far passare una serata romantica a tutti gli appassionati di basket il 31 ottobre. Contro gli Utah Jazz, complici gli infortuni, Rose si trova a partire in quintetto. È una notte folle e allo stesso tempo molto romantica. Nessuno poteva prevedere che scendesse in campo l’MVP del 2011.
I tiri entrano, le ginocchia e le caviglie sembrano quelle degli anni migliori e Gobert e compagni si trovano di fronte un giocatore che con le sue accelerazioni manda in difficoltà qualsiasi difesa. In ogni canestro che mette a segno, se aguzziamo la vista possiamo vedere la maglia rossa fiammeggiante con il numero 1 stampato dietro la schiena. È la notte di Derrick Rose. Quella dei 50 punti, suo personale career high. Quella della rivincita. Contro gli infortuni, contro le dicerie dei media e dei social. Quella delle urla e delle lacrime spontanee uscite fuori appena finita la partita.
Quelle lacrime spontanee che sono uscite anche a noi, appena letto il risultato o finito di aver visto l’incontro.
Finito il match Rose dichiarerà riguardo ai suoi infortuni e alla sua grandiosa performance:
“I worked my ass off, bro”
Il destino, quello voluto e designato dai suoi problemi, è cambiato. E a farlo cambiare è stato solo ed esclusivamente, come ha detto Anaïs Nin, il carattere immenso di Derrick Rose.
