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Leggi Juanito, dici Maravilla: l’iconico “sette” del Real Madrid anni ’80

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calcioweb.eu

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L’impronta di Juanito al Real Madrid, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, è un patrimonio ancora oggi tangibile tra le tribune di un Santiago Bernabéu prossimo al restyling. Molto più di un semplice calciatore: una guida, un totem, un’istituzione. Senz’altro una squisitezza per i palati fini (ed esigenti) del Viejo Chamartín. Senz’altro una sentenza per i malcapitati avversari di turno.

“Illa illa illa, Juanito maravilla!”

Impossibile non rimanerne affascinati: il primo incontro tra l’occhio umano e il Santiago Bernabéu di Madrid non può che manifestarsi in un unico modo contemplato: un tumulto di emozioni. Un incontro irreale, quasi ipnotico, davanti al quale l’apatia crolla sulle sue stesse (e instabili) fondamenta. Una sorta di “sindrome di Stendhal” che si ribalta. Per dirla in castellano, il Bernabéu è una ”maravilla”. La stessa che si percepisce al minuto numero sette di ogni gara casalinga dei blancos. Una melodia “simil-pagana” che inonda le gradinate del maestoso impianto madrileño.

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AS USA – Diario AS

Un coro che coinvolge tutti i presenti: dal Fondo Sur, covo del tifo organizzato blanco, al Cuarto Anfiteatro. L’entità sovrannaturale in questione indossa la “camiseta número siete“. Una maglia, un’icona che si associa convenzionalmente ad autentici mostri sacri della storia Real: Cristiano Ronaldo e Raúl González Blanco. È però un altro il sette al quale il coro è dedicato. Un fuoriclasse estroverso, un concentrato di classe pura mista a un’esplosività letale: si torna indietro di anni, hasta Juan Gómez Gónzalez o, se preferite, Juanito ”maravilla.

“Mi unico estimulante fue la camiseta blanca”

Esterno d’attacco, micidiale nell’uno contro uno, tecnica da vendere, glaciale nell’area di rigore avversaria. Juanito è l’anima del Real Madrid nel decennio 1977-1987. Personalità da vendere e tempra da consumato leader, Juanito coniuga un’innata mentalità vincente con uno spirito sanguigno, spesso sopra le righe, spesso associabile all’identikit del grande (ed estroso) giocatore.

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Diario de Burgos.com

Una miscela esplosiva che calza a pennello con l’infuocata atmosfera del Bernabéu. Il catino infernale del maestoso impianto merengue esalta Juanito. La scintilla tra la afición e il sette blanco scocca immediatamente, giusto il tempo di un dribbling. Il sentimento è puro, da ambo le parti. Una simbiosi totale che vive nell’eternità di una dichiarazione: “Mi unico estimulante fue la camiseta blanca“. Firmato Juanito.

Las noches en Europa

Sono le notti europee l’habitat ideale per un giocatore che vive di sfide, di emozioni forti e dell’inconfondibile ruggito dei 90mila del Bernabéu. Gli incroci del Real Madrid nella Coppa Uefa 1985/86 assumono i contorni della leggenda e si impongono come il teatro di massima espressione calcistica per Juanito: notti di sogni che si trasformano in realtà. Il Madrid soffre di mal di trasferta continentale e la sopravvivenza europea passa attraverso un percorso intriso di epica. La storia del Real Madrid di metà anni ’80 fa infatti rima con remuntada: già nella stagione precedente il sodalizio merengue si rese protagonista di clamorosi ribaltoni. Alle fragorose sconfitte nei match di andata seguivano poi epiche rimonte al Bernabéu culminate poi con la vittoria (nella doppia finale con gli ungheresi del Videoton) della prima Coppa Uefa della storia blanca. Trascorrono pochi mesi ma il copione non muta di una virgola.

 

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Ilcalciolatino.it

Il Real campione in carica rifila al Bernabéu, ai trentaduesimi di finale, una manita all’AEK ribaltando lo 0-1 di Atene per poi scrivere una nuova pagina di storia nell’ottavo di finale con il Borussia Mönchengladbach. In terra teutonica il Real viene travolto: 5-1 il finale per i padroni di casa e blancos a un passo dall’eliminazione. Avventura in Uefa conclusa mestamente? Tutt’altro. Nel retour match i 93mila del Bernabéu spingono Juanito e compagni a un’impresa fuori da ogni logica: due gol per tempo (doppiette per Jorge Valdano e Santillana), 4-0 finale e quarti in cassaforte.

“Noventa minuti en el Bernabéu son molto longos”

Il Real Madrid arriva fino alla semifinale dove, ad attenderlo, c’è l’Inter di Karl-Heinz Rummenigge. La sfida tra le due compagini non è altro che un remake della stagione precedente:  in semifinale il Madrid venne sconfitto per 2-0 a San Siro per poi ribaltare match e qualificazione nel ritorno in Spagna. 3-0 senza appello e Real in finale. 12 mesi di attesa e la sfida si ripete. L’andata a Milano vede prevalere i nerazzurri che si assicurano il match con un rassicurante 3-1. Il Real sembra ancora una volta sull’orlo del tracollo ma nel sottopassaggio di San Siro riecheggia una frase di Juanito che, ferito nell’orgoglio, si lascia andare a un’eloquente quanto profetica previsione: “Noventa minuti en el Bernabéu son molto longos”. Un chiaro avvertimento, tramutatosi in realtà per il Real e in un incubo per l’Inter.

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colgadosporelfutbol.com

Il 16 aprile 1986 il Real Madrid schianta 5-1 i nerazzurri di Mario Corso e accede alla finale. Le merengues avranno poi la meglio sul Colonia della stella Pierre Littbarski assicurandosi il secondo trionfo in Coppa Uefa. Nitide e indimenticabili sono le immagini di Juanito in quella doppia semifinale con l’Inter: avrebbe dato la vita per il Real Madrid e, ironia della sorte, così accadde: un incidente stradale, dopo aver assistito alla gara di andata della semifinale di Coppa Uefa 1992 tra merengues e granata, rappresenta il più triste epilogo di una vita all’insegna della velocità, tanto sulla fascia quanto in autostrada.

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Pubblicato da Alessandro Fracassi

Nato in quel di Sassari nel 1992, cresciuto nel segno della leadership, del temperamento e della passione per i tackle del Guv'nor Paul Ince. Aspirante giornalista sportivo, studio giornalismo all'Università "La Sapienza" di Roma. Calcio e Basket le linee guida dell'amore incondizionato verso lo sport, ossessionato dagli amarcord, dal vintage e dai Guerin Sportivo d'annata, vivo anche di musica rock e dei film di Cronenberg. Citazione preferita: "en mi barrio aprendí a no perder".